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  Allarme bullismo a scuola

Vittima uno studente su due

Il bullo e i suoi «aiutanti» operano preferibilmente in classe, ma anche corridoi e cortile sono luoghi utilizzati Spesso la violenza avviene in un clima di indifferenza

Da Milano Enrico Lenzi

Il video con le violenze a uno studente down è solo l'ultimo di una serie di episodi di bullismo che stanno scuotendo la scuola italiana. La scorsa settimana a Bologna si è verificata una vera e propria spedizione punitiva nei confronti di uno studente di un istituto professionale, «reo» di aver smascherato un compagno che lo accusava ingiustamente di voler rubare un giubbotto: è stato picchiato all'uscita di scuola da tre amici del compagno sbugiardato.
Episodi drammatici, che balzano agli onori della cronaca nera. Ma sono soltanto la punta dell'iceberg di un fenomeno probabilmente sottovalutato nel nostro Paese: il bullismo giovanile nella scuola. Oggi uno studente su due confessa di essere rimasto vittima di un atto di sopraffazione da parte di un compagno di classe o di scuola. Un dato preoccupante che emerge da una indagine condotta dall'associazione Villa Sant'Ignazio per conto della Provincia di Trento tra gli studenti di scuola superiore. Ma «il fenomeno è presente anche nelle medie e nelle primarie - sottolinea Simona Caravita, docente di Psicologia dell'infanzia all'Università Cattolica di Milano e autrice di un libro sul bullismo giovanile "L'alunno prepotente" edito dall'editrice La Scuola -. Già nel 1996, quando cominciarono i primi studi scientifici sul bullismo in Italia, si registrò un 40% di alunni vittime di soprusi». Non si tratta sempre di violenze fisiche. «Ci sono anche quelle verbali e anche forme che portano all'isolamento sociale del soggetto debole, fino all'esclusione e alla diffusione di menzogne su di lui». E in quest'ultimo caso si arriva al ricorso della moderna tecnologia «con la diffusione via Internet e on line di video o foto dell'atto di violenza» aggiunge la docente della Cattolica.
Uno scenario inquietante, che sembra trasformare le classi scolastiche in luoghi non di cultura, ma di prevaricazione e violenza (qui si svolge il 27% degli episodi, seguito nel 14% dai corridoi e nel 16% dal cortile), che «non sempre vengono percepiti dai docenti nella loro gravità». Ma non si tratta di disattenzione degli insegnanti, bensì del «clima in cui queste violenze vengono realizzate: oltre al bullo ci sono figure di contorno che lo aiutano e lo sostengono, mentre la vittima rimane spesso sola nell'indifferenza degli altri». Un comportamento coperto agli adulti, ma che se «individuato deve far scattare l'immediato intervento delle figure educative». Anzi, secondo la docente della Cattolica, «sarebbe meglio non attendere il manifestarsi dell'episodio, ma fare progetti di prevenzione, parlandone con i ragazzi, ipotizzando situazioni e analizzandole». E se è troppo tardi? « La risposta deve essere rapida e collegiale» risponde Simona Caravita, auspicando che «tutte le agenzie educative vengano coinvolte nell'affrontare il bullismo», perché «inviare messaggi contrastanti rende confusi i ragazzi». Sotto accusa finiscono certi stili di vita e certi messaggi rivolti ai giovani. O alcuni videogiochi che rendono il bullo figura vincente o che chiedono di sotterrare una bambina viva per vincere il premio. Vere e proprie aberrazioni. «Il videogioco non è cattivo in sé, ma certo il messaggio di quelli citati lascia senza parole» commenta la docente, che su videogiochi e bullismo ha scritto un libro.
Ancora una volta a essere chiamati in causa sono gli adulti, che «devono vigilare di più, e soprattutto devono ricordarsi di essere modelli per i giovani». Infatti tra i fattori di rischio per il bullismo c'è anche «lo stile educativo che alcuni genitori assumono: troppo permissivo o troppo autoritario». Messaggi che lasciano ai ragazzi l'idea che la prevaricazione sia un modello di affermazione sociale. Destinata, se non fermata in tempo, ad aprire, però, la strada verso la delinquenza.


Fare rete tra le agenzie educative

È la proposta avanzata dal sottosegretario alla Pubblica Istruzione Letizia De Torre «Coinvolgere tutti in una strategia comune»

Da Milano Enrico Lenzi

«La scuola non può essere l'unica a dare risposte per risolvere il fenomeno del bullismo. In questa battaglia è necessaria una rete tra tutte le agenzie educative». Non ha dubbi Letizia De Torre, sottosegretario alla Pubblica Istruzione, tra le cui deleghe vi è anche quella per la lotta al disagio giovanile.
Un problema sottovalutato?
«L'importante è averlo evidenziato e adesso cercare di dare una soluzione, di mettere in campo progetti educativi e azioni educative che possano invertire la tendenza».
Con la scuola in prima linea?
«Credo che ci siano molte cose da fare, ma che non tutto dipenda dalla scuola. Occorre un'azione coordinata di tutte le agenzie formative perché soltanto operando insieme si possono mettere in campo strategie vincenti».
Ne ha in mente qualcuna?
«Penso che sia importante capire il fenomeno e le sue cause. Ma anche capire quali stili di vita e di comportamento hanno assimilato».
E qui torna la responsabilità degli adulti.
«Sicuramente. Gli adulti sono degli esempi per i più giovani. Spesso ce ne dimentichiamo. E poi ci sono i messaggi della televisione, di Internet, degli stessi videogiochi. Rispecchiano modalità di vita che non fanno passare modelli positivi di responsabilità, di attenzione agli altri, di senso del dovere, di impegno, di onestà».
Insomma un fenomeno che ha radici nel mondo degli adulti?
«Le faccio un esempio concreto. Cosa pensa che percepirà un ragazzo se a scuola lo rimproverano perché copia il compito in classe, mentre nella società sportiva magari gli dicono di gettarsi per terra in area per ottenere un rigore anche se l'avversario non l'ha toccato? La confusione dei messaggi è chiara».
La scuola ha qualche colpa?
«La scuola nel suo complesso si sforza di essere coerente nei messaggi. Se proprio devo trovare un episodio non positivo, penso all'abolizione degli esami di riparazione a settembre con l'introduzione dei debiti formativi. Una buona cosa, ma il mancato controllo e obbligo di recuperare i debiti maturati hanno forse trasmesso un messaggio di disimpegno agli studenti. Le nuove norme per la maturità riformata cercano di porre rimedio».
Resta il problema del coinvolgimento delle altre realtà educative.
«L'impegno del ministero può svilupparsi su questo punto. Ma anche i singoli istituti autonomi possono procedere a creare momenti di dialogo e confronto con la realtà locale in cui operano».


Il video sul ragazzo Down maltrattato dai compagni

Quella meschina prodezza esibita su Internet

di Marina Corradi

Della storia del ragazzo Down maltrattato in aula dai compagni e ripreso in un video rimasto su Google per giorni prima di essere oscurato, colpisce prima di tutto la spavalda certezza di impunità di quei quattro che hanno schiaffeggiato e deriso un handicappato. In ogni villaggio, da millenni, c'è sempre stato qualcuno chiamato sciocco, e sempre è stato oggetto di scherzi anche crudeli. Ma non erano imprese che s'andava a raccontare in giro con fierezza, e anzi, se si sentiva avvicinare qualcuno, della comunità, di autorevole, la banda di teppisti scappava.
Impressiona come invece gli alunni della sconosciuta scuola in cui si sbeffeggia e malmena un compagno non abbiano avuto alcun timore nel mettere in rete la loro prodezza, pur immaginando che le loro facce potrebbero essere facilmente riconosciute. Quasi vivessero in un orizzonte in cui non esiste più alcuna autorevolezza da rispettare, nessuno i cui passi che si avvicinano mettano addosso un po' di inquietudine. Nessun padre o maestro, di cui temere il giudizio. Semplicemente, nessuno, e in questo vuoto solo la vanità di vedere il proprio video in un grosso motore di ricerca, alla voce «video divertenti». Un piccolo filmato ignobile per dire di esistere, così come una volta si scrivevano frasi oscene sui muri delle latrine.
L'altro elemento che impressiona e addolora è che a schiaffeggiare, inneggiare alle SS, lanciare libri, filmare, erano in quattro. Ma a ridere, e a lasciar fare, erano forse in venti. Quattro mascalzoni, e venti vigliacchi. Una gregarietà che fa forse anche più paura degli spintoni e delle beffe degli altri. Quella massa passiva di ragazzi e ragazze che sta a guardare e non muove un dito, non ha nemmeno l'abietto coraggio di fare del male. Potrebbero, domani, dire: noi? Noi, non abbiamo fatto niente. E chi crede di non avere fatto niente non prova dolore, e non può cambiare.
Ci siamo chiesti anche se questa piccola storia ignobile sia del tutto estranea allo spirito dei tempi, e all'im perativo del «diritto al figlio sano». Di tempi in cui, e da molti anni, alla diagnosi di sindrome di Down segue nella grande maggioranza dei casi, quasi automaticamente, un aborto. Se insomma questi sedicenni del video di Google non siano, per la cultura inconsciamente respirata, naturaliter eugenetici. Avendo sempre sentito dire che è normale, anzi che è meglio, i Down, eliminarli prima che nascano, hanno guardato forse a quello lì invece venuto al mondo e seduto nel banco accanto, come a un fenomeno ridicolo e strano.
Ma, di ogni spiegazione di ciò che è accaduto in quell'aula, forse la peggiore, e pure possibile, è che quei ragazzi, scoperti, dicano che era tutto uno scherzo, che era «per gioco». Per scherzo, gli insulti al compagno che si era sporcato, e il libro lanciato addosso che manda in frantumi gli occhiali dalle lenti grosse e mostra, dietro, gli occhi sbalorditi della vittima. Per gioco, magari, nella insostenibile leggerezza di chi non immagina nemmeno cos'è un figlio, e cos'è averlo malato e sperare comunque di dargli un futuro. Per gioco, ma il gioco dei forti e degli idioti: incapaci di rispettare un uomo perché a loro sembra goffo, e li guarda con occhi di bambino.
 

da Avvenire del 14 novembre 2006

 

Bisogna evitare di dividersi in nome di terapie contrapposte

Emergenza bullismo Severità e tempi lunghi

Gabriella Sartori

Violenza, bullismo e simili nella scuola. La cosa peggiore, adesso, sarebbe se, dopo la fiammata di attenzione sui media dovuta alla "scoperta" (improvvisa e un po' ipocrita) di un male che sta sotto gli occhi da tempo, tutto rientrasse nel silenzio. Fino alla prossima "emergenza", un po' come spesso è successo - per esempio - per mafia e camorra. No, sono problemi gravi, sono problemi di tutti. Bisogna continuare a parlarne, a pensarci, specie adesso quando, mentre sta esaurendosi la fase della "denuncia" si sta passando a quella, più impegnativa, del "che fare". Qui le ricette si sprecano (anche perché, sulle cause di tale e tanto disastro, le analisi sono, com'è naturale, molte, varie, legittime, anche se non sempre serie). Oscillano, comunque, tra i due poli opposti della severità subito a quello della via per così educativa da considerare nella prospettiva dei tempi lunghi.
Sono probabilmente necessarie ambedue. L'importante sarebbe che, al di là della legittima diversità di opinioni, si trovasse un piano comune di accordo basato su alcuni punti fermi accettati da tutti. Primo, il problema è di natura generale (non solo scolastica, non solo nazionale: colpisce, più gravemente di quanto non colpisca l'Italia "cattolica" e "arretrata", anche la Spagna "progressista", la Gran Bretagna patria della democrazia, la Francia, patria dei diritti, ecc.). Dunque, il problema, che è educativo, va affrontato non solo dalla scuola, ma da tutte le agenzie: famiglia, politica, istituzioni, mass media, ecc. Il manifesto dedicato ai problemi educativi pubblicato l'anno scorso e sottoscritto da numerose personalità, scrittori, educatori, intellettuali, di vario orientamento politico e ideale, potrebbe essere riconsiderato anche da chi, allora, lo bocciò con motivazioni dettate più dalla contrapposizione politica che altro.
Si dovrebbe inoltre, soprattutto in un momento particolare come questo, evitare di continuare a mandare ai giovani messaggi "contraddittori" (non si può in vocare maggiore "severità" e "serietà" dentro e fuori della scuola e contemporaneamente, "promuovere" l'uso della cannabis o raccomandare agli insegnanti di promuovere di più, sempre e comunque).
Infine, si sia tutti attenti a che le prime misure educativo-disciplinari prese dalle scuole (a Torino e altrove) a carico di allievi e docenti resisi responsabili di storie inammissibili, vengano realmente messe in atto in nome di un'educazione al rispetto delle regole, o se si vuole della cultura della legalità che tutti invocano, ma solo a parole. Certo sarebbe come cominciare a realizzare, all'interno della scuola, il principio, fondamentale per un paese civile, della "certezza della pena" che, pur da tutti invocato a parole, è continuamente smentito nei fatti nella vita del Paese. Perché non cominciare proprio dal poco ("punizioni" non solo "decise", ma anche "applicate"), e proprio dalla scuola, se, come tutti ammettono, essa resta una delle principali agenzie educative della società?
 


DIBATTITO
Adolescenti violenti? Alcuni scrittori che insegnano nelle scuole superiori intervengono dopo i recenti fatti di cronaca
 

Educare: l'emergenza

Di Fulvio Panzeri

Si fa in fretta a prendere due notizie di cronaca, pur se gravi nelle vicende che raccontano, e limitarsi creare un polverone sul contesto in cui sono avvenuti. Così la scuola italiana è ancora una volta nel polverone dei mass-media, che punta l'indice sulla sua impotenza educativa, sulla mancanza di responsabilità nei confronti dei minori che gli vengono affidati. Eppure non è nuovo l'allarme sul contesto educativo generale in cui stanno crescendo i nostri ragazzi, contesto che nei giorni contraddittori dell'adolescenza rischia di scoppiare.
Marco Lodoli, scrittore e professore, è assolutamente d'accordo con questa tesi: «Non è il caso di gettare ancora una volta sulle spalle curve della scuola anche questa colpa. È l'immaginario che la nostra società propone ai giovani da più di vent'anni a essere brutale e invitarli a comportarsi di conseguenza. Violenza, cinismo, brutalità sono i messaggi insiti oggi nella pubblicità, al cinema, nei fumetti con tutta questa invasione di horror, nei videogiochi, nella mania del wrestling. Per un ragazzo diventa un materiale indigeribile, provoca una grave ubriacatura che, di conseguenza, può sfociare in episodi inconsulti, vergognosi come quelli che ci racconta la cronaca». I ritmi stessi dell'adolescenza vengono stravolti: «È necessario invece preservare, le scoperte devono crescere in silenzio, lentamente secondo un percorso di formazione che ora non è più possibile. Da una decina d'anni il giovane è stato inserito nella categoria del consumatore. Chi riesce a proteggersi attraverso alcuni filtri ce la fa, resiste. Chi invece incamera tutta questa elettricità che arriva dall'esterno, invece ad un certo punto va in cortocircuito». Così la scuola accoglie le conseguenze di un disastro culturale che avviene in tutto il contesto della società e ne registra gli effetti negativi.
È concorde su questo anche Paola Mastrocola, l'autrice di La scuola spiegata al mio cane: «Si è imposta l'etica della televisione, la politica del succ esso e del denaro. Valgono solo il principio del piacere e dell'individualità personale. Non è stata la scuola a proporre questo indirizzo, ma si è adeguata, perché né scuola, né famiglia si sono più posti il problema morale dell'educazione dei ragazzi e del rispetto delle regole. La scuola in questi anni ha apprezzato l'estroversione, la furbizia, quella del ragazzino che copia e salta le interrogazioni, ma è sveglio e non viene mai punito. Non è mai stata apprezzata la timidezza, ad esempio, o chi fa il suo dovere di studente. Basti vedere il caso degli allagatori del Parini a Milano, di qualche anno fa: una punizione ridicola, 15 giorni di sospensione, per un fatto così grave».
A questo punto entra in scena un ragazzo che quei giorni li ha vissuti, proprio al Parini. Non un professore, ma uno studente che su quella esperienza del Parini ha scritto anche una serie di racconti, leggeri e svagati, ironici, in concorso al Premio Tondelli per gli inediti, che sarà assegnato a dicembre. Si chiama Giacomo Cardaci ed è stato tra i vincitori del nostro concorso «SMS». Anche lui è molto critico: «Lì al Parini non avevano preventivato le conseguenze del gesto. La punizione faceva ridere: espulsi per due settimane e questi che erano molto ricchi di famiglia avranno pensato di farsi una vacanza. Pur avendo sette in condotta, si viene promossi con ottimi voti. Sono queste le incongruenze del sistema scuola». La scuola si trova un po' con le mani legate, non ha più strumenti e possibilità di intervenire sul piano educativo.
Parla chiaro la scrittrice Mastrocola: «Non ce la facciamo a remare contro il mondo che è andato da tutt'altra parte, nonostante tutte le buone intenzioni. Un esempio banalissimo: se un insegnante in classe dà molti compiti, subito in consiglio di classe il rappresentante fa notare che i genitori non sono contenti. I compiti potrebbero distogliere dal mondo che li circonda, potrebbero essere un antidoto alla troppa televisione e al troppo telefonino. Ep pure i genitori stanno dalla parte antieducativa dei ragazzi e gli insegnanti hanno sempre torto. La scuola avrebbe tutti gli strumenti per opporsi allo sfascio, ma non li può usare. È questo il paradosso».
Per Eraldo Affinati, anch'egli professore e scrittore, non è possibile contrapporsi alla modernità, chiedendo, come faceva Pasolini, trent'anni fa, l'abolizione della televisione, ma una una sorveglianza è necessaria: «C'è bisogno di porre dei correttivi, soprattutto nell'uso indiscriminato di Internet dove c'è tutto, una massa di informazioni che può essere diseducativa. Per stare lì dentro, per navigare, bisogna saper nuotare per stare a galla, altrimenti si affonda. I giovani hanno bisogno di questi strumenti». E aggiunge: «Non tutta la scuola è così. Io che giro l'Italia in vari Istituti ho trovato una provincia molto migliore di quella che descrivono, una scuola che lavora bene, ma che non viene messa sotto le luci dei riflettori».

 

 
 

 

    

     
     

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