Professore di Estetica, Università di Firenze
Sembra dunque che la clonazione sia realtà o, se non lo è
ancora, stia per diventarlo. Ci diranno gli scienziati se le notizie che
arrivano dagli Stati Uniti sono o non sono vere. L'impressione però è che
comunque sia solo questione di tempo. A conferma della regola per cui, quel
che la tecnologia è in grado di fare, prima o poi lo fa.
Per secoli un fantasma, o un sogno angoscioso, ha abitato le menti degli
uomini. Era l'idea dell'uomo artificiale, di volta in volta incarnata nell'homunculus,
nell'automa, nel golem. Quando qualcuno ha messo quest'idea in rapporto con
l'idea del doppio, del sosia, è stato come gettare uno sguardo nelle
dimensioni infernali dell'anima. Pagine memorabili si trovano in Goethe, in
Hoffmann, in Poe, in Meyrink, in Dostoevskij, solo per citare i più grandi.
Ma per l'appunto si tratta della sintesi di due figure diverse: l'uomo
artificiale e il doppio. E quando si parla di clonazione, bisogna tener
conto che il clone è non soltanto un doppio umano, un sosia identico
all'originale, ma un sosia progettato e programmato artificialmente. Un
essere che è in tutto e per tutto un uomo. Ma che dell'uomo non ha il
carattere più proprio: la singolarità irripetibile.
E che per giunta è stato ideato, voluto, prodotto in base a un gesto
evidentemente dispotico e prevaricante, nel senso che spinge la smania di
dominio fino a togliere di mezzo (o quasi) la differenza fra soggetto e
oggetto, fra io e tu.
Di per sé il sosia e il doppio, benché inquietanti, non creano problemi
etici insormontabili. Intanto esistono in natura i gemelli monozigoti. Ed è
la natura (e la società) a dirci che persone con lo stesso patrimonio
genetico reagiscono in modo diverso alle situazioni in cui vengono a
trovarsi. Quindi sono persone, cioè individui, a pieno titolo. Altra cosa
invece è la produzione di un uomo-replicante da parte di un altro uomo. Qui
non solo assistiamo al trionfo di un narcisismo sprezzante di ogni alterità,
narcisismo profondamente immorale, visto che l'etica è anzitutto rispetto
dell'altro. Dobbiamo anche prendere atto di una minaccia mortale a quell'immagine
di umanità che l'etica ci impone di salvaguardare come il bene più grande.
Ciò che mi fa essere quello che sono, ciò che mi costituisce in quel che io
ho di più mio, di più intimo, e quindi di più prezioso, è il fatto di essere
venuto al mondo così e non altrimenti. E cioè così come ha voluto il caso, o
il destino, o Dio, non come ha voluto un altro uomo. Certo che io sono
figlio di mio padre. E magari mio padre ha desiderato la mia nascita. Ma poi
sono nato io. Con questa faccia, con questo cervello, con questo cuore.
Anche se forse mio padre mi voleva diverso da come sono. Non ho potuto fare
a meno di impormi a lui. Né lui né nessuno mi può impedire di essere chi
sono, mi può togliere la mia identità.
Se invece io fossi il risultato di un'operazione di ingegneria genetica in
grado di programmare perfettamente il mio Dna, io sarei espropriato di me
stesso. Diventerei cosa di un altro. E a questo punto non si saprebbe più
come tracciare una linea di confine fra l'umano e il disumano. Perché
mettere un limite all'eugenetica? Perché non dovrebbe essere lecito produrre
in laboratorio superuomini bellissimi, fortissimi, meglio attrezzati a
reggere l'urto di un ambiente verosimilmente sempre più nocivo e aggressivo?
O, già che ci siamo, perché non mettere in produzione subumani da adibire a
lavori particolarmente ingrati e che neppure si renderebbero conto di ciò
che gli è capitato, risparmiando questa sorte a chi invece ne è consapevole?
La strada per l'inferno non è poi in capo al mondo...
Questo non significa escludere a priori qualsiasi intervento sul codice
genetico. Al contrario. Purché si tratti di motivi terapeutici.
In tal caso l'immagine dell'umanità che è in me è salvaguardata. Il medico
si trova davanti una persona malata. Vuole guarirla, con gli strumenti che
ha a sua disposizione. Non vuole creare artificialmente una persona
non-persona.
Insomma, la lezione che se ne ricava è una sola. Ed è quella che sta tutta
in uno dei pensieri di Pascal. L'uomo, sosteneva il grande scienziato e
grande filosofo, non è né angelo né bestia. Però si dà il caso che,
ogniqualvolta vuol fare l'angelo, si ritrova a fare la bestia.
Da Il Messaggero di sabato 28 dicembre 2002