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Che cosa si intende per "EUTANASIA"

 

dott.ssa Mariacristina Vanzetto

dott.ssa Piera Liberati

 

Dopo aver riflettuto sui cambiamenti socioculturali riguardanti il tema della sofferenza, della malattia e della morte nell’odierna società, ed aver messo in rilievo l’esigenza dell’uomo contemporaneo di voler controllare e decidere sulla propria vita e sulla propria morte, occorre chiarire che cosa si intende per "eutanasia". ll termine eutanasia, non presenta ambiguità circa il significato etimologico. E’ di origine greca e sta ad indicare la buona (eu), morte (thanatos), riferito alla morte naturale, quando giunge senza essere preceduta dal dolore e dalla sofferenza. Ma, l’uso diffuso del termine è riferito a situazioni umane profondamente differenti che creano confusione ed inquinano la natura del problema.

L’eutanasia non è un fenomeno nuovo, già nell’antica Grecia fino all’impero Romano e in tempi più recenti, in varie culture ed epoche storiche, si riscontrano pratiche analoghe ad essa, (ne sono esempio: l’eliminazione selettiva degli anziani, dei neonati deformi, dei malati o dei pazzi).

Di eutanasia si è parlato a proposito del programma politico del Nazismo tra il ‘39 -‘41, che eliminò settantamila esistenze prive di valore vitale, malati psichici, infermi e handicappati, come recitano gli atti del processo di Norimberga. Ma è opportuno dire che il contesto e l’uso che è stato fatto della parola eutanasia rispetto al significato che essa ha acquistato oggi, la rendono inutilizzabile a un eventuale raffronto con l’eutanasia psichiatrica dell’epoca nazista. Le odierne rivendicazioni presentano delle caratteristiche storiche nuove.

- Si è parlato di secolarizzazione del pensiero e della vita, che ha avuto come conseguenza, una forte incapacità dell’uomo a dare senso al dolore e alla morte, portando a rimuoverli ed escluderli dall’esistenza quotidiana.

- E’ inoltre sorto un grande movimento di rivendicazione dell’individualità umana, rinforzato dalla ricerca dell’utilitarismo produttivistico nel contesto di un’etica dell’edonismo.

- Il progresso scientifico ha dato un notevole contributo allo sviluppo di questo tipo di cultura, illudendo l’uomo, facendogli credere che la vita gli appartenga e che di conseguenza possa egli decidere come e quando nascere e morire. L’eutanasia in questo contesto quindi, rappresenta il potere di controllare la propria morte stabilendo dei confini precisi.

 

E’ opportuno allora distinguere l’eutanasia da altre pratiche mediche dirette a lenire il dolore o a evitare trattamenti terapeutici non necessari e non proporzionati all’effetto desiderato di prolungare la vita.

Un primo esempio, per cosi dire, di eutanasia impropria è quello dell’eutanasia lenitiva o indiretta, dove l’uso di analgesici come ad esempio, la morfina e suoi derivati, adoperati per eliminare i dolori nelle situazioni di malattia terminale possono avere come effetto, quello di anticipare la morte. Occorre precisare che qui la morte non è la conseguenza di un atto volontario, ma piuttosto l’effetto collaterale del trattamento adottato. L’uso di analgesici non vuol dire praticare l’eutanasia, il confine resta netto. Ricordiamo infatti che alla base dell’eutanasia c’è la non accettazione della sofferenza, ed allora se esistono dei metodi attendibili che consentono di alleviare tale sofferenza, la morte potrebbe essere più dignitosa e la domanda di eutanasia potrebbe così diminuire. Riguardo poi il caso, del rifiuto consapevole del paziente alle cure, qui più che di eutanasia possiamo parlare di suicidio, diverso dal suicidio assistito di cui ci occuperemo dopo.

Neppure la sospensione dell’accanimento terapeutico può essere definito atto eutanasico, anzi esso è in alcune situazioni doveroso.

Per accanimento terapeutico, infatti, si può intendere la sostituzione meccanica delle funzioni vitali respiratorie e cardiache quando vi è un accertamento di morte cerebrale al di fuori dell’ipotesi di trapianto. Poiché, si è fuori ogni possibilità di reversibilità, l’accanimento terapeutico risulta essere un prolungamento della vita biologica, al di là di ogni possibilità. La confusione sul tema eutanasia si è ulteriormente aggravata quando si è iniziato a parlare di "diritto a morire con dignità" diritto avallato anche da molti scienziati e premi Nobel. Sicuramente, fa parte del diritto a vivere con dignità anche il morire con dignità, cioè, in modo rispondente alla dignità dell’uomo. L’equivoco nasce quando si dichiara indegna dell’uomo ogni morte che sia preceduta e accompagnata da sofferenze.

Ecco quindi spiegata l’esigenza di una definizione chiara, precisa e completa di eutanasia che ci sollevi da confusioni ed errori.

 

Abbiamo introdotto già nel precedente articolo una definizione di Eutanasia affidandoci alla Dichiarazione sull’eutanasia "Iura et bona " pubblicata dalla congregazione per la Dottrina della fede, il 5 maggio 1980 al n.6 dove per Eutanasia si intende "un’azione o omissione che di natura sua o nelle intenzioni procura morte allo scopo di eliminare ogni dolore".

Qui si trovano espresse con chiarezza le intenzioni e l’oggetto dell’atto; c’è una vita sofferente, che a giudizio del malato non merita più d’essere vissuta e che dunque, va soppressa e c’è l’esecuzione della scelta soppressiva.

 

Riguardo alle circostanze e i modi in cui essa si dovrebbe effettuare si esigono ulteriori precisazioni. 

Alcuni autori affermano che occorre restringere la proposta eutanasica solo alle situazioni di malattia

        terminale (tempo di vita notevolmente ridotto), altri obiettano affermando che in questo modo si

        escluderebbero proprio i casi patologici che potrebbero beneficiarne maggiormente. Circa il modo in cui l’eutanasia si dovrebbe attuare si può distinguere in attivo: la somministrazione di sostanze tossiche; o passivo: l’omissione di trattamenti atti a risolvere una condizione morbosa o a sostenere la vita, quest’ultimo caso crea non pochi problemi, poiché, l’omissione o l’interruzione di un trattamento in alcuni casi può rappresentare solamente il rifiuto di una cura sproporzionata, ed allora va fatta molta attenzione, il rifiuto di una cura non equivale alla ricerca della morte in nome dell’indegnità del vivere, ma piuttosto alla ricerca di una modalità di vita più degna anche se breve. A tale proposito possiamo aprire una parentesi riguardo i tipi di trattamenti di cura effettuati sui malati. Non è più possibile qualificarli con gli aggettivi ordinari/straordinari, e quindi sul piano morale, se ordinari, sono sempre obbligatori, se straordinari, non sono obbligatori, per cui omissibili, e di conseguenza definire eutanasico un atto basandosi solo sul contenuto materiale, cioè che interrompe una terapia definita ordinaria che sarebbe sempre dovuta.

Il motivo di questo cambiamento è dovuto almeno a due ragioni: in primo luogo non è più possibile fare un elenco dei trattamenti e distinguerli in ordinari o straordinari, poiché, l’avanzamento delle tecniche mediche è tale che ciò che un tempo era considerato straordinario, oggi è di normale routine medica, (vedi l’esempio nel campo diagnostico della Tac, tomografia assiale computerizzata). Inoltre il concetto stesso di elenco si addice poco all’idea che ogni situazione clinica appartiene ad una persona e quindi è originale e irripetibile. L’appropriatezza di una cura non può essere valutata solo dal punto di vista biomedico, ma esige la considerazione delle volontà, delle preferenze, dello stile e delle scelte di vita del paziente. Quindi è impossibile definire con sicurezza e dall’esterno, la natura ordinaria o straordinaria di un trattamento, senza confrontarla con la storia personale del malato. Per questi motivi si preferisce parlare di proporzionalità o sproporzionalità dei trattamenti. Dal punto di vista biomedico si può giudicare la proporzionalità di un trattamento medico rispetto a un malato quando lo si confronta con un altro trattamento alternativo, quando vi è un miglioramento in termini di qualità della vita, dal prolungamento della vita che si spera di ottenere, dalle possibilità di raggiungere tali benefici e dagli oneri dell’intervento.

Circa il "soggetto" che dà direttamente la morte possiamo distinguere tra eutanasia attiva, dove è il medico che generalmente pratica, ad esempio, l’iniezione letale, ed il cosidetto "suicidio assistito". Qui è il malato che materialmente si uccide anche se il medico (o altri per lui) concorre all’atto, prescrivendone i farmaci necessari al suicidio ( barbiturici, forti sedativi o ipnotici) o predisponendo gli strumenti che ne consentono l’assunzione su esplicita richiesta del paziente.

Riassumendo possiamo distinguere l’eutanasia in base alla presenza o meno del consenso del malato in: eutanasia involontaria, attuata contro la volontà del malato, oppure attuata senza coinvolgere nella decisione il malato che ne avrebbe le capacità; eutanasia non volontaria, attuata su pazienti incapaci di intendere e volere (deformi, incapaci mentali, soggetti in coma); eutanasia volontaria, in cui il malato stesso chiede in modo libero, consapevole e competente che gli venga mostrata pietà aiutandolo ad interrompere la vita. Quest’ultima ipotesi rappresenta il cuore della definizione di eutanasia volontaria.

 

L’interruzione della vita attuale per fini di pietà o voluta da chi soffre.

Questa volontà può essere espressa in riferimento ad uno stato di malattia attuale (cioè quando viene fatta una diagnosi infausta ed è il paziente che decide per l’eutanasia), oppure può riguardare una condizione futura che si potrà verificare o meno (cioè quando un paziente sano e nel pieno delle sue facoltà decide per il futuro nell’evenienza in cui si presentino determinate condizioni, stabilite dall’individuo stesso, che gli sia tolta la vita). E’ questo il caso delle "direttive anticipate" o meglio dei "testamenti di vita", questione principale di cui oggi si discute a proposito di eutanasia, e che occorre approfondire successivamente, riguardo soprattutto le implicazioni etiche e giuridiche che tale tipo di scelte portano con sé.