Dopo aver riflettuto sui cambiamenti socioculturali
riguardanti il tema della sofferenza, della malattia e della morte
nell’odierna società, ed aver messo in rilievo l’esigenza dell’uomo
contemporaneo di voler controllare e decidere sulla propria vita e sulla
propria morte, occorre chiarire che cosa si intende per "eutanasia".
ll termine eutanasia, non presenta ambiguità circa il significato
etimologico. E’ di origine greca e sta ad indicare la buona (eu), morte
(thanatos), riferito alla morte naturale, quando giunge senza essere
preceduta dal dolore e dalla sofferenza. Ma, l’uso diffuso del termine è
riferito a situazioni umane profondamente differenti che creano
confusione ed inquinano la natura del problema.
L’eutanasia non è un fenomeno nuovo, già nell’antica
Grecia fino all’impero Romano e in tempi più recenti, in varie culture
ed epoche storiche, si riscontrano pratiche analoghe ad essa, (ne sono
esempio: l’eliminazione selettiva degli anziani, dei neonati deformi,
dei malati o dei pazzi).
Di eutanasia si è parlato a proposito del programma
politico del Nazismo tra il ‘39 -‘41, che eliminò settantamila
esistenze prive di valore vitale, malati psichici, infermi e
handicappati, come recitano gli atti del processo di Norimberga. Ma è
opportuno dire che il contesto e l’uso che è stato fatto della parola
eutanasia rispetto al significato che essa ha acquistato oggi, la
rendono inutilizzabile a un eventuale raffronto con l’eutanasia
psichiatrica dell’epoca nazista. Le odierne rivendicazioni presentano
delle caratteristiche storiche nuove.
- Si è parlato di secolarizzazione del pensiero e della
vita, che ha avuto come conseguenza, una forte incapacità dell’uomo a
dare senso al dolore e alla morte, portando a rimuoverli ed escluderli
dall’esistenza quotidiana.
- E’ inoltre sorto un grande movimento di rivendicazione
dell’individualità umana, rinforzato dalla ricerca dell’utilitarismo
produttivistico nel contesto di un’etica dell’edonismo.
- Il progresso scientifico ha dato un notevole contributo
allo sviluppo di questo tipo di cultura, illudendo l’uomo, facendogli
credere che la vita gli appartenga e che di conseguenza possa egli
decidere come e quando nascere e morire. L’eutanasia in questo contesto
quindi, rappresenta il potere di controllare la propria morte stabilendo
dei confini precisi.
E’ opportuno allora distinguere l’eutanasia da altre
pratiche mediche dirette a lenire il dolore o a evitare trattamenti
terapeutici non necessari e non proporzionati all’effetto desiderato di
prolungare la vita.
Un primo esempio, per cosi dire, di eutanasia impropria è
quello dell’eutanasia lenitiva o indiretta, dove l’uso di
analgesici come ad esempio, la morfina e suoi derivati, adoperati per
eliminare i dolori nelle situazioni di malattia terminale possono avere
come effetto, quello di anticipare la morte. Occorre precisare che qui
la morte non è la conseguenza di un atto volontario, ma piuttosto
l’effetto collaterale del trattamento adottato. L’uso di analgesici non
vuol dire praticare l’eutanasia, il confine resta netto. Ricordiamo
infatti che alla base dell’eutanasia c’è la non accettazione della
sofferenza, ed allora se esistono dei metodi attendibili che consentono
di alleviare tale sofferenza, la morte potrebbe essere più dignitosa e
la domanda di eutanasia potrebbe così diminuire. Riguardo poi il caso,
del rifiuto consapevole del paziente alle cure, qui più che di eutanasia
possiamo parlare di suicidio, diverso dal suicidio assistito di
cui ci occuperemo dopo.
Neppure la sospensione dell’accanimento terapeutico può
essere definito atto eutanasico, anzi esso è in alcune situazioni
doveroso.
Per accanimento terapeutico, infatti, si può intendere la
sostituzione meccanica delle funzioni vitali respiratorie e cardiache
quando vi è un accertamento di morte cerebrale al di fuori dell’ipotesi
di trapianto. Poiché, si è fuori ogni possibilità di reversibilità,
l’accanimento terapeutico risulta essere un prolungamento della vita
biologica, al di là di ogni possibilità. La confusione sul tema
eutanasia si è ulteriormente aggravata quando si è iniziato a parlare di
"diritto a morire con dignità" diritto avallato anche da molti
scienziati e premi Nobel. Sicuramente, fa parte del diritto a vivere con
dignità anche il morire con dignità, cioè, in modo rispondente alla
dignità dell’uomo. L’equivoco nasce quando si dichiara indegna dell’uomo
ogni morte che sia preceduta e accompagnata da sofferenze.
Ecco quindi spiegata l’esigenza di una definizione
chiara, precisa e completa di eutanasia che ci sollevi da confusioni ed
errori.
Abbiamo introdotto già nel precedente articolo una
definizione di Eutanasia affidandoci alla Dichiarazione sull’eutanasia "Iura
et bona " pubblicata dalla congregazione per la Dottrina della fede, il
5 maggio 1980 al n.6 dove per Eutanasia si intende
"un’azione o omissione che di
natura sua o nelle intenzioni procura morte allo scopo di eliminare ogni
dolore".
Qui si trovano espresse con chiarezza le intenzioni e
l’oggetto dell’atto; c’è una vita sofferente, che a giudizio del malato
non merita più d’essere vissuta e che dunque, va soppressa e c’è
l’esecuzione della scelta soppressiva.
Riguardo alle circostanze e i modi in cui essa si
dovrebbe effettuare si esigono ulteriori precisazioni.
Alcuni autori affermano che occorre restringere la
proposta eutanasica solo alle situazioni di malattia
terminale (tempo di vita notevolmente ridotto),
altri obiettano affermando che in questo modo si
escluderebbero proprio i casi patologici che
potrebbero beneficiarne maggiormente. Circa il modo in cui l’eutanasia
si dovrebbe attuare si può distinguere in attivo: la
somministrazione di sostanze tossiche; o passivo: l’omissione di
trattamenti atti a risolvere una condizione morbosa o a sostenere la
vita, quest’ultimo caso crea non pochi problemi, poiché, l’omissione o
l’interruzione di un trattamento in alcuni casi può rappresentare
solamente il rifiuto di una cura sproporzionata, ed allora va fatta
molta attenzione, il rifiuto di una cura non equivale alla ricerca della
morte in nome dell’indegnità del vivere, ma piuttosto alla ricerca di
una modalità di vita più degna anche se breve. A
tale proposito possiamo aprire una parentesi riguardo i tipi di
trattamenti di cura effettuati sui malati. Non è più possibile
qualificarli con gli aggettivi ordinari/straordinari, e quindi
sul piano morale, se ordinari, sono sempre obbligatori, se straordinari,
non sono obbligatori, per cui omissibili, e di conseguenza definire
eutanasico un atto basandosi solo sul contenuto materiale, cioè che
interrompe una terapia definita ordinaria che sarebbe sempre dovuta.
Il motivo di questo cambiamento è dovuto almeno a due
ragioni: in primo luogo non è più possibile fare un elenco dei
trattamenti e distinguerli in ordinari o straordinari, poiché,
l’avanzamento delle tecniche mediche è tale che ciò che un tempo era
considerato straordinario, oggi è di normale routine medica, (vedi
l’esempio nel campo diagnostico della Tac, tomografia assiale
computerizzata). Inoltre il concetto stesso di elenco si addice poco
all’idea che ogni situazione clinica appartiene ad una persona e quindi
è originale e irripetibile. L’appropriatezza di una cura non può essere
valutata solo dal punto di vista biomedico, ma esige la considerazione
delle volontà, delle preferenze, dello stile e delle scelte di vita del
paziente. Quindi è impossibile definire con sicurezza e dall’esterno, la
natura ordinaria o straordinaria di un trattamento, senza confrontarla
con la storia personale del malato. Per questi motivi si preferisce
parlare di proporzionalità o sproporzionalità dei
trattamenti. Dal punto di vista biomedico si può giudicare la
proporzionalità di un trattamento medico rispetto a un malato quando lo
si confronta con un altro trattamento alternativo, quando vi è un
miglioramento in termini di qualità della vita, dal prolungamento della
vita che si spera di ottenere, dalle possibilità di raggiungere tali
benefici e dagli oneri dell’intervento.
Circa il "soggetto" che dà direttamente la morte
possiamo distinguere tra eutanasia attiva, dove è il medico che
generalmente pratica, ad esempio, l’iniezione letale, ed il cosidetto "suicidio
assistito". Qui è il malato che materialmente si uccide anche se il
medico (o altri per lui) concorre all’atto, prescrivendone i farmaci
necessari al suicidio ( barbiturici, forti sedativi o ipnotici) o
predisponendo gli strumenti che ne consentono l’assunzione su esplicita
richiesta del paziente.
Riassumendo possiamo distinguere l’eutanasia in base alla
presenza o meno del consenso del malato in: eutanasia
involontaria, attuata contro la volontà del malato, oppure attuata
senza coinvolgere nella decisione il malato che ne avrebbe le capacità;
eutanasia non volontaria, attuata su pazienti incapaci di
intendere e volere (deformi, incapaci mentali, soggetti in coma);
eutanasia volontaria, in cui il malato stesso chiede in modo libero,
consapevole e competente che gli venga mostrata pietà aiutandolo ad
interrompere la vita. Quest’ultima ipotesi rappresenta il cuore della
definizione di eutanasia volontaria.
L’interruzione della vita attuale per fini di pietà o
voluta da chi soffre.
Questa volontà può essere espressa in riferimento ad uno
stato di malattia attuale (cioè quando viene fatta una diagnosi infausta
ed è il paziente che decide per l’eutanasia), oppure può riguardare una
condizione futura che si potrà verificare o meno (cioè quando un
paziente sano e nel pieno delle sue facoltà decide per il futuro
nell’evenienza in cui si presentino determinate condizioni, stabilite
dall’individuo stesso, che gli sia tolta la vita). E’ questo il caso
delle "direttive anticipate" o meglio dei "testamenti di vita",
questione principale di cui oggi si discute a proposito di eutanasia, e
che occorre approfondire successivamente, riguardo soprattutto le
implicazioni etiche e giuridiche che tale tipo di scelte portano con sé.