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"TRA EUTANASIA E ACCANIMENTO TERAPEUTICO"

Introduzione

Dietro la richiesta di legalizzazione dell’eutanasia presente nella nostra società, si nascondono motivazioni diverse e ambivalenti. Le conquiste della scienza e della tecnologia consentono all’uomo forme di prolungamento artificiale della vita, che conducono a processi di grave disumanizzazione. La medicina, che con i suoi progressi ha efficacemente concorso a debellare malattie un tempo letali, si trasforma talvolta, paradossalmente, in strumento di alienazione umana. Non è infrequente il caso in cui il malato terminale viene fatto oggetto di cure, che hanno come obiettivo, magari inconsciamente perseguito, la riuscita della sperimentazione piuttosto che il bene della persona. La richiesta di eutanasia si confonde così talvolta con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, che ha come esito la dequalificazione della vita. La paura del tecnicismo abusivo spinge molti a rivendicare il diritto di morire con dignità, di affrontare cioè serenamente e lucidamente questo evento, che è parte integrante della vita e che esige pertanto di essere vissuto nel modo più "umano" possibile.

D’altra parte, non si può misconoscere che la domanda di ricorso all’eutanasia è spesso espressione di un insieme di processi negativi propri della nostra cultura, caratterizzata dal prevalere dell’istinto di morte. L’accentuarsi delle manipolazioni sulla vita dell’uomo negli aspetti più propriamente personali (psicologici, sociali e culturali) porta con sé inevitabilmente la svalutazione della stessa vita fisica. Laddove la vita dell’uomo perde significatività umana è logico che si finisca per passare sopra con facilità anche al suo aspetto biologico. E tutto questo in un momento come l’attuale in cui, per altro verso e contraddittoriamente, invale la tendenza ad una marcata tabuizzazione della morte. L’affermarsi di una mentalità di controllo della realtà, frutto della razionalità tecnologica dominante, conduce alla rimozione della morte, considerata come lo scoglio più drammatico e radicalmente inaccettabile. Essa si presenta infatti con i caratteri dell’imprevedibile e del non codificabile; in una parola, come una realtà non razionalizzabile e quindi considerata assurda. La richiesta di eutanasia si collega dunque sia allo svilimento del significato della vita che al rifiuto della morte. Il ricorso ad essa può diventare tanto la conseguenza di una percezione sempre più "debole" della vita quanto l’espressione dell’estremo tentativo dell’uomo di dominare la morte, facendola passare dalla sfera della "natura" a quella della "cultura", cioè dell’esercizio della propria signoria su di essa.

Chiarificazione dei termini

Molti dei malintesi, che rendono spesso equivoco l’attuale dibattito sul problema dell’eutanasia, sono originati da fraintendimenti linguistici.

Il termine "eutanasia" è infatti spesso usato per designare, accanto alla soppressione della vita del malato terminale, una serie di questioni diverse, quali la rinuncia a forme di prolungamento artificiale della vita o alla rianimazione in certe condizioni, e persino l’uso di terapie del dolore.

È allora anzitutto importante procedere ad una chiarificazione terminologica, che consenta di distinguere l’eutanasia da altre situazioni che, pur presentando problemi non indifferenti sul piano etico, non possono tuttavia essere confuse con essa.

"Per eutanasia si intende infatti – come precisa un’interessante Dichiarazione della Sacra Congregazione per la dottrina della fede del 1980 – un’azione o un’omissione che di sua natura, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, a livello delle intenzioni e dei metodi usati".

Al di là della etimologia originaria che significa "morte dolce", il termine eutanasia designa dunque, oggi, in senso stretto, quell’insieme degli interventi volti intenzionalmente a sopprimere una vita umana, quando essa è vissuta in condizione di grave sofferenza. Si tratta, in altre parole, di una forma di uccisione pietosa attuata nei confronti di un malato terminale per sottrarlo ad una situazione particolarmente penosa per sé e per gli altri.

Facendo riferimento ai metodi usati è possibile distinguere tra eutanasia "attiva" (o positiva), la quale comporta un’azione – come il ricorso a sostanze narcotiche o tossiche – che ha, di sua natura, il potere di dare la morte, ed eutanasia "passiva" (o negativa), la quale consiste invece in una omissione di soccorso, che si realizza mediante la sospensione di terapie proporzionate alla situazione, perciò ritenute complessivamente utili ad un miglioramento, o almeno a bloccare il processo patologico del male. È ovvio che, in ambedue i casi, si esige l’intenzione specifica, di chi la mette in atto, di porre fine alla vita o di accelerare la morte del malato che versa in condizioni disperate. Risultano così escluse dall’area dell’eutanasia le questioni relative all’alleviamento della sofferenza, quando l’accelerazione della morte sopravviene accidentalmente, ed è dunque preterintenzionale, nonché quelle relative all’omissione di trattamenti inutili, o addirittura dannosi, che determinano un prolungamento abusivo della vita.

Lo scorporamento di tali questioni consente di tracciare con precisione la linea di demarcazione tra "eutanasia" e "accanimento terapeutico", favorendo il superamento di equivoci, che sono talora alla base dello sviluppo di atteggiamenti indulgenti negli stessi confronti dell’eutanasia.

Il giudizio etico

Il giudizio etico circa l’eutanasia – intesa nel significato proprio e ristretto che abbiamo delineato – non può che essere radicalmente negativo. Essa costituisce infatti una forma inaccettabile di arbitrio, frutto della presunzione dell’uomo di poter esercitare un potere assoluto sulla vita e sulla morte. Alla radice di tale presunzione vi è spesso una concezione dell’uomo (e della vita), che ne riduce la dimensione "misterica" a favore di quella "problematica": concezione per la quale cioè l’uomo è ridotto ad oggetto o identificato con i processi biopsichici e/o socio-culturali propri del suo essere nel mondo. Non è necessario essere credenti per respingere tale prospettiva di lettura della realtà umana, che acquisisce peraltro sempre maggiore credibilità, in connessione con l’affermarsi della mentalità positivistica. Il rifiuto di tale atteggiamento è possibile anche semplicemente a livello umano, laddove ci si apre all’orizzonte del "mistero", che conduce ad una "comprensione" profonda della vita segnata dalla coscienza della sua radicale indisponibilità.

Per il credente poi l’inaccettabilità dell’eutanasia poggia soprattutto sulla consapevolezza che solo Dio è Signore della vita e della morte; sulla certezza cioè che la vita umana è "dono" che l’uomo non possiede, ma da cui è posseduto, in virtù della gratuita partecipazione alla Vita di Dio.

Ma le difficoltà maggiori, sul terreno applicativo, nascono dalla complessità di alcune situazioni, nelle quali non appare sempre chiara la linea di demarcazione tra cure che devono essere prestate, se non si vuole incorrere all’eutanasia passiva, e quelle che vanno invece evitate, se si intende astenersi dall’accanimento terapeutico. Se infatti, occorre, da un lato, rifiutare l’eutanasia, è necessario, dall’altro, rifiutare quelle iniziative clinico-assistenziali di carattere eccezionale, che violano il rispetto di una certa "naturalità" del morire, in quanto evento significativo dell’esperienza umana.

Finirebbe per suonare come gravemente incoerente la posizione di chi difende l’inammissibilità di alcune forme di riproduzione artificiale della vita e accetta, sul fronte opposto, forme esasperate di prolungamento artificiale della vita, che finiscono per essere altrettanto disumanizzanti. È come dire che quando si tratta di ricorrere a mezzi eccezionali è doveroso chiedersi se il ricorso a tali mezzi è dettato da proseguimento del bene del malato o non si risolve – come talora accade – a danno della qualità della sua vita.

Il documento della congregazione per la dottrina della fede già ricordato ci offre in proposito utili indicazioni. Sostituendo la tradizionale distinzione tra mezzi "ordinari" e mezzi "straordinari" con quella tra mezzi "proporzionati" e mezzi "sproporzionati" sembra indicare che il criterio di giudizio deve tener conto tanto dell’entità oggettiva del mezzo quanto della situazione soggettiva del paziente. Si tratta, in altri termini, di valutare, da un lato, l’onerosità dell’intervento e il quoziente di rischio ad esso connesso e, dall’altro, l’effettivo beneficio che ne può derivare al paziente in condizione terminale, sotto il profilo umano complessivo. Il che lascia intendere la necessità di un esame fatto caso per caso, tenendo conto del rispetto dovuto alla persona e superando una visione rigidamente biologica della vita, che conduce al tecnicismo abusivo. Lo stesso intervento che può, in alcune circostanze, diventare doveroso – se non si vuole incorrere all’eutanasia passiva – diventa, in altri casi, moralmente illegittimo, perché conduce all’accanimento terapeutico.

Alla luce di quanto detto si può fare un accenno ad un’altra questione carica di ambiguità che nasce in America con il "living will" che in italiano è tradotto con: direttive anticipate, testamento di vita, carta di autodeterminazione del malato. Si tratta di una carta sottoscritta da una persona, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, e solitamente controfirmata da due testimoni, in cui si dichiara la volontà di non essere sottoposto alle tecniche di mantenimento in vita o a manovre di rianimazione, qualora si sia malati in fase terminale o si tema che tale intervento prefiguri la possibilità di poter cadere in stato vegetativo persistente.

I sostenitori di questa carta di autodeterminazione del malato sostengono che essa risponde all’esigenza di sottrarre il paziente dall’arbitrio del medico o alle decisioni dei familiari. Ma come può essere valida una volontà espressa in anticipo, fuori delle condizioni concrete di malattia, su un bene che è una vita e non una cosa? Non è l’intelligenza del medico la prima a valutare i mezzi idonei ad assistere il malato terminale? Il living will parte dal presupposto che il medico voglia a tutti i costi e sempre praticare terapie sproporzionate.

Il riconoscimento del valore intrinseco dell’essere umano dovrebbe impedire in sé (e non soltanto su richiesta esplicita), sia ogni atto di accanimento terapeutico, sia ogni colpevole omissione di soccorso.

Al di là del giudizio

Non è tuttavia sufficiente assumere un atteggiamento di condanna dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico od opporsi alla eventuale introduzione di una legislazione permissiva. È soprattutto importante sensibilizzare le coscienze sulla disumanità di alcuni aspetti della cultura dominante ed alimentare la consapevolezza dell’importanza che rivestono alcuni valori per lo sviluppo di una vita autenticamente umana. La sconfessione dell’eutanasia passa infatti attraverso la restituzione di significato alla vita. La migliore difesa della vita è pertanto legata alla creazione di condizioni culturali e strutturali, che combattano le manifestazioni di prevaricazione e di violenza, di sperequazione e di marginalità ancor oggi diffuse e che consentano all’uomo la possibilità di una crescita autenticamente umana.

Ma non meno importante è ricuperare una visione positiva della morte come evento che segna il compimento dell’esistenza. La morte è infatti momento di scacco, ma anche esperienza che riconcilia l’uomo con la propria finitezza e conferisce uno stile sapienziale alla vita. Il recupero di tale visione presuppone la creazione di una cultura della solidarietà verso il malato e il morente. La paura della solitudine ingenera disperazione, mentre la partecipazione e la condivisione alimentano la speranza. Una speranza che è per il credente certezza che la morte non è l’ultima parola, ma soltanto la penultima, che essa è cioè momento di passaggio a quella vita senza fine, che è partecipazione alla vita del Risorto per tutti coloro che hanno accolto il suo messaggio di liberazione.

dott.ssa Mariacristina Vanzetto

 

   
 

 

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