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Riflessioni sull’Eutanasia e dintorni

 

di  M. Maddalena Santoro e Piera Liberati

Introduzione al tema

Questo articolo apre un’ampia riflessione sul tema dell’eutanasia, argomento fortemente dibattuto fra l’opinione pubblica. Sono molte le notizie di cronaca riportate sull’argomento, e di conseguenza, tale tema è presente in molte discussioni parlamentari, ricordiamo infatti il Si all’eutanasia espresso da vari Paesi tra cui l’Olanda.

Conviene subito precisare, per impedire degli equivoci, che per Eutanasia si vuole intendere: Azione o Omissione che di natura sua o nell’intenzione, procura morte allo scopo di eliminare ogni dolore.

In questa definizione si trovano racchiuse una serie di precisazioni che saranno affrontate nei prossimi articoli, per il momento facciamo una introduzione riflettendo sul nodo focale del tema: la sofferenza.

 

Lottare contro la sofferenza o accettarla?

 

E’ un interrogativo universale e come dato universale costituisce un problema per l’uomo di tutti i tempi.

Occorre distinguere tra dolore fisico, o del corpo, e dolore umano, o dell’anima.

Provare dolore fisico, materiale, implica una certa passività, poiché l’uomo non può fare nulla nei suoi confronti, è completamente inerme. Mentre provare il dolore dell’anima, cioè la sofferenza, implica una certa reattività da parte dell’uomo, che è propriamente il soffrire.

Alla categoria della "reattività" della sofferenza occorre, però, aggiungerne un’altra, quella della "volontà". E’ la volontà umana, infatti, che reagisce, accettando o rifiutando la sofferenza, fuori dalla volontà la sofferenza diviene solo una realtà fisica e psichica senza una specifica rilevanza morale.

Il modo di reagire di ognuno di noi alla sofferenza è diverso e proprio a seconda di tale reazione cambia il rapporto con la sofferenza. Non è tanto importante "quanto si soffre", bensì "come si soffre".

Ma ciò che inquieta maggiormente l’uomo non è tanto la sofferenza in se stessa, bensì la domanda " a che scopo soffrire"?.

Il problema si ingigantisce quando ci si trova di fronte alla "malattia", come un caso particolare di sofferenza, vista come il "male", contro cui bisogna lottare con tutte le forze e tutte le risorse a disposizione.

La malattia esprime la sofferenza in due sensi: uno che si riferisce direttamente al corpo percepito come malato e non funzionante; l’altro costringe la persona a riesaminare il rapporto che ha con il proprio corpo, il modo di relazionarsi con se stesso, e a sua volta con la società in cui è inserito, e di cui è divenuto membro dalla capacità diminuite e bisognoso di cure.

Il problema diviene particolarmente acuto ed importante quando lo stato di malattia non rappresenta più una crisi passeggera, ma uno stato definitivo e permanente.

In questo caso allora la condizione di malattia, dal punto di vista antropologico, porta ad un sovvertimento profondo di tutto il sistema di vita: chiama alla riflessione, al dialogo con se stessi e con gli altri.

La malattia in questo stadio costituisce una minaccia per la vita dell’uomo, e porta come conseguenza il pensiero della morte, creando ansia, angoscia e rimozione.

L’uomo contemporaneo vede la morte non più come una possibilità su cui riflettere e meditare e alla quale preparasi... E’ infatti venuta meno la visione ultraterrena della morte, essa è divenuta qualcosa da tenere lontano e da dimenticare, è qualcosa di problematico su cui si preferisce il silenzio, non si dialoga, si spersonalizza, non sono io che muoio, né sei tu, ma "si muore".

Questa incapacità di dare un senso alla morte porta a due atteggiamenti tra loro connessi: da una parte la si bandisce, la si elimina dalla coscienza, dalla cultura, dalla vita e soprattutto la si esclude come criterio veritativo e valutativo dell’esperienza quotidiana, dall’altra invece la si vuole anticipare per sfuggire al suo urto dirompente.

In questa lotta intrapresa dall’uomo contro la sofferenza si chiama in aiuto la medicina.

Essa può rispondere solo in maniera molto ridotta alla domanda d’aiuto e di liberazione che gli viene rivolta: può infatti analgesizzare, calmare, palliare, può cioè agire sulle cause del dolore fisico e questo è bene, ma non ha le risorse per incrementare la capacità dell’uomo di resistervi, di accettare di vivere lo stato di malattia, poiché non sa indicare un senso, una via, che potrebbe sostenere l’uomo nel soffrire. Perseguire quindi, la via della medicalizzazione a tutti i costi per togliere il dolore induce a compiere un ulteriore passo estremo: quello di togliere la vita, per togliere i patimenti .

L’uomo oggi sembra optare per una soluzione unica e radicale: se il dolore di per sé è assurdo è assurda anche la vita che lo contiene.

Infatti alla base della richiesta dell’eutanasia c’è sia la non accettazione della sofferenza, sia la estrema rivendicazione dell’indipendenza dell’uomo, il voler disporre pienamente di sé, il voler decidere del proprio destino, della vita e della morte.

Tale atteggiamento che si richiama ad un etica utilitaristica, porta a considerare il dolore, la sofferenza, la morte, come elementi di disturbo, di fallimento, di disvalore che suscitano pertanto il rifiuto.

L’eutanasia allora, come fuga dal dolore e dall’angoscia, avviene a partire dallo spirito e dalla volontà.