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RU486: la via farmacologica all'aborto

Dopo la richiesta di sperimentazione anche a Roma, Salvatore Mancuso del Gemelli spiega funzionamento e rischi del farmaco

di Federica Cifelli da www.romasette.it

Il primo era stato l’ospedale Sant’Anna di Torino, dove la sperimentazione era partita ai primi di settembre per essere poi sospesa con un’ordinanza del ministro della Salute, fino a riprendere il 5 ottobre dopo l’autorizzazione del Comitato etico del Piemonte. Da allora richieste di utilizzo della pillola abortiva RU486 piovono da Liguria, Umbria, Marche, Lombardia, Toscana, dove proprio ieri i ginecologi hanno deciso che in tutte le Asl le donne che lo richiederanno potranno interrompere la gravidanza con l’uso della RU486. Ed è dei giorni scorsi la notizia di una domanda di sperimentazione presentata due anni fa al ministero della Salute da tre ospedali romani: San Camillo, Umberto I e San Filippo Neri.

Di questa «corsa in atto» ha parlato il cardinale Ruini introducendo i lavori dell’assemblea generale della Cei ad Assisi. «Si compie così un ulteriore passo in avanti – ha osservato nel percorso che tende a non far percepire la reale natura dell’aborto, che è e rimane soppressione di una vita umana innocente». Uno dei rischi nel dibattito in corso in queste settimane a proposito delle sperimentazioni o già degli utilizzi del farmaco infatti è quello di attribuirgli un effetto anticoncezionale che in realtà non ha, funzionando come un vero e proprio abortivo. A spiegarlo è il professore Salvatore Mancuso, direttore del Dipartimento per la tutela della salute della donna e della vita nascente del Policlinicoo Gemelli. «La RU486 – spiega – è un antiprogestinico. Per poter accogliere una gravidanza la mucosa uterina deve subire l’effetto di due ormoni: l’estrogeno e, ad ovulazione avvenuta, il progesterone, che prepara nella mucosa la “casa” dove l’embrione si può annidare. La pillola in questione interviene proprio qui, bloccando questi fenomeni, per cui nel momento in cui l’embrione va a impiantarsi il progesterone non ha più un effetto protettivo della gravidanza: si interrompe il dialogo tra embrione ed endometrio, l’embrione si distacca dalla sua sede di annodamento e inizia il sanguinamento».

Proprio questo, secondo Mancuso, è uno dei fattori che rendono impossibile l’idea di utilizzo della RU486 come abortivo “domestico”, in una dimensione privata o che comunque non richieda lo stress della pratica ospedaliera. Occorre fare i conti, osserva, «con la possibilità di cospicue emorragie che richiedono necessariamente una stretta sorveglianza medica». Tanto più se si considera che la pillola va assunta in una fase molto precoce della gravidanza: entro il 49° giorno. Successivamente poi si può impiegare un farmaco che favorisce l’espulsione dell’embrione, svuotando per via farmacologia la cavità uterina. Ma neanche questo garantisce al cento per cento la possibilità di non ricorrere ad interventi chirurgici. «A volte infatti – continua ancora il professore – i farmaci non sono sufficienti ed è necessario completare chirurgicamente questa fase di svuotamento».

A prescindere dalle considerazioni di natura etica, dunque, la pillola abortiva agisce tagliando la connessione tra l’embrione e il tessuto che lo dovrebbe accogliere. Per Paola Binetti, presidente del Comitato Scienza e vita, è «un’agonia dell’aborto, che mentre in un intervento chirurgico si risolve in pochi minuti, con la pillola si protrae perlomeno nell’arco di tre giorni: morte dell’embrione, attesa ed espulsione. Non è dunque né meno doloroso né meno rischioso e non mi sembra soprattutto che aiuti la donna a riflettere di più sul senso della maternità». È d’accordo anche Ciro Intino, che a nome del Forum delle associazioni familiari del Lazio reclama «una riforma legislativa a livello regionale in materia di consultori, che per come sono concepiti e gestiti nel Lazio finiscono per non svolgere quell’opera necessaria di prevenzione che la stesse legge 194 prevede in materia di aborto». Se ne è parlato anche nell’ultima assemblea del Forum, nella quale le 40 associazioni che ne fanno parte hanno deliberato una serie di iniziative di informazione e formazioni su questi temi nella Capitale e in tutto il territorio regionale. «Su questa frontiera così importante e inedita – rileva Intino – è urgente intervenire, soprattutto nelle scuole e nelle comunità parrocchiali, dove come Forum percepiamo spesso una disinformazione preoccupante».

15 novembre 2005

 

 

 

 

 

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