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DOSSIER TELELAVORO

Madri e padri, i trenta «privilegiati» del telelavoro

Il Campidoglio ci ha provato nel ' 99 ma l' esperienza è fallita. Ora riguarda solo dipendenti Telecom

Palma Ester

Lavorare da casa, collegati da un computer al capo e ai colleghi: niente stress per arrivare puntuali in ufficio, fra il traffico, il bus che non passa e le corse per conciliare la spesa e gli orari dei figli. Il telelavoro può sembrare, soprattutto a chi ha famiglia, la classica quadratura del cerchio. Soprattutto ora, all' indomani della firma dell' accordo fra 24 parti sociali sul tema: un' intesa che in realtà «traduce» per l' Italia un analogo documento fra imprese europee e sindacati, ma senza attuare alcuna direttiva Ue. Ma, a sorpresa, il telelavoro non sembra essere fra le aspirazioni dei romani, nè delle imprese cittadine. Poche le esperienze attive, per il resto alcune aziende ipotizzano sperimentazioni più o meno prossime e i sindacati non se ne occupano più di tanto.

Il viaggio nel telelavoro a Roma può partire dal Comune. Dove nel 1999 fu avviato grazie a fondi europei un progetto sperimentale per 40 dipendenti, sia uomini che donne: «Andò bene, ma poi non se ne fece più nulla - ricorda Mariella Gramaglia, assessore alla Semplificazione - Il problema era soprattutto la definizione delle spese in carico a noi o al lavoratore: linee telefoniche, buoni pasto, cancelleria, straordinari. Quantificazioni su cui non siamo riusciti ad accordarci con i sindacati».

Per l' assessore però il vero problema è la scarsa richiesta di telelavoro: «Sì, tanto che non è un tema che ho attualmente in agenda. Ma mi interessa molto e vorrei lavorarci. Ma con un' intesa sindacale chiara». Parla di «costi alti» per le aziende anche Stefano Bianchi, segretario generale Cgil di Roma e Lazio: «Per noi il telelavoro è un terreno ancora tutto da esplorare. Le poche esperienza degli anni scorsi si sono arenate senza grandi proteste dei lavoratori». Per spiegarlo Bianchi tira in ballo la tipologia delle aziende romane: «La maggior parte sono piccole e con lavorazioni di tipo tradizionale, in cui non ci sono margini per parlare di telelavoro. Anche perchè attrezzare postazioni casalinghe costa e in genere scoraggia gli imprenditori». Le grandi aziende, per Bianchi, hanno invece strutture collaudate, che non vogliono modificare: «Ma sono anche i lavoratori a non chiederlo. Interessa molto di più il part - time, magari temporaneo». Anche Stefania Vannucci, segretario generale Cisl di Roma e Lazio, confessa di «non avere esperienza diretta di trattative sul lavoro a distanza».

Mentre ben diversa è la situazione alla Telecom, dove il telelavoro è da anni una realtà su scala nazionale. E anche su Roma si tratta di un' esperienza ormai consolidata. «Nella capitale lavorano da casa una trentina di dipendenti dei call center Info12 e 412, su un totale di 2-300 operatori. Ma potrebbero aumentare e comunque tendiamo ad accogliere tutte le richieste»: Marcella Logli, responsabile per Telecom dei servizi Info12 e 412, che gestiscono a livello nazionale una media di 700 mila chiamate al giorno: «A chiedere di lavorare da casa sono più i dipendenti che abitano nei piccoli centri o nelle estreme periferie - spiega - I nostri "romani" abitano soprattutto fra Ostia, Bracciano, Albano e Tolfa. D' altra parte i call center Telecom sono attivi 24 ore su 24 e fare da casa specialmente i turni di notte è certamente più comodo». L' azienda ha avviato il telelavoro nel 1998 con 150 dipendenti distribuiti un po' in tutta Italia: «Un' esperienza che si è rivelata subito positiva - aggiunge Logli - Ma non bisogna credere che sia un tipo di lavoro che interessa solo le madri di famiglia: da noi lo scelgono uomini e donne, in uguali percentuali. Tutti, secondo le nostre rilevazioni, soddisfatti e con una maggiore produttività in termini di qualità delle risposte e cortesia. E poi sembra banale dirlo, ma l' assenteismo è praticamente zero». L' unico neo semmai può essere quello dell' isolamento: manca il caffè e il gossip con i colleghi. «Ma da noi chi lavora da casa è in continuo contatto con la sala. Tanto che nessuno chiede di rientrarci».

Il telelavoro potrebbe interessare anche Acea: «Abbiamo fatto soltanto uno studio di fattibilità, 3 anni fa - conferma Tiziana Buonfiglio, responsabile per l' azienda dell' Analisi normativa del lavoro - L' avevamo concepito con uno o 2 rientri in ufficio a settimana, proprio per evitare il senso di estraneamento dall' azienda. Ma era un progetto completo, dal tavolo più adatto alle procedure di sicurezza. Andrebbe aggiornato, ma potrebbe diventare operativo. Il problema però è che nessuno ce lo chiede - spiega ancora Buonfiglio - E' vero che in Acea abbiamo già da tempo introdotto un grande flessibilità degli orari, sia in entrata che in uscita. Tanto che anche il part - time da noi è poco richiesto».

Studiano il telelavoro anche all' Enel: «Il contratto di categoria del 2001, lo prevede - spiegano in azienda - ci stiamo attrezzando per proporlo a breve, magari a partire dai call center. Sempre che ci siano dipendenti disposti a farlo».

1999 È l' anno in cui si è svolta, grazie a fondi europei, l' esperienza di telelavoro per 40 dipendenti comunali. «Andò bene, ma poi non se ne fece più nulla», spiega l' assessore Mariella Gramaglia 30 I dipendenti dell' area di Roma attualmente in regime di telelavoro del servizio Info12 di Telecom: abitano tutti fra Roma nord, Ostia, Bracciano, Albano e Tolfa 150 È il numero dei lavoratori Telecom che facevano parte nel ' 98 del primo progetto di telelavoro. Oggi l' azienda impiega anche 30 detenuti del carcere milanese di San Vittore 3% È la percentuale dei dipendenti in telelavoro in Italia. La nostra media è fra le più basse d' Europa: dopo di noi in graduatoria ci sono solo la Spagna (2,8%) e il Portogallo (2%) 21% È la percentuale di telelavoristi in Olanda: è la più alta d' Europa, ma il lavoro a distanza è molto diffuso anche in Danimarca, con il 18%, in Finlandia (16%) e in Svezia (15%)
 

Le regole

9 GIUGNO È la data dell' accordo firmato fra Confindustria, sindacati e altre 19 associazioni imprenditoriali. DIRITTI Secondo l' intesa, chi lavora da casa ha gli stessi diritti, oltre che le stesse opportunità di formazione e carriera di chi resta in ufficio. TEMPI Nell' ambito delle direttive aziendali e dei contratti collettivi, il telelavoratore può gestire e organizzare i suoi tempi di lavoro CONTRATTI È prevista per le aziende la possibilità di ricorrere ad accordi specifici integrativi collettivi o individuali, per inquadrare meglio le particolari caratteristiche del telelavoro. FORNITURA Il datore di lavoro è tenuto a fornire, installare e provvedere alla manutenzione degli strumenti necessari, salvo che il lavoratore non voglia far uso di mezzi propri. Le spese, in un rapporto di lavoro continuativo, sono a carico dell' azienda.

 

UNA LEVA DA ATTIVARE

Lanzillotta Linda

I dati sulla scarsa diffusione del telelavoro a Roma riflettono una tendenza nazionale e non solo. In Europa infatti solo nei paesi scandinavi, in Gran Bretagna, Irlanda, Olanda e Belgio la presenza di «telelavoratori» costituisce un elemento significativo del mercato del lavoro: tra il 5 e l' 8 per cento del totale degli occupati con una tendenza alla crescita. In tutti gli altri Paesi il fenomeno è invece assolutamente marginale: tra lo 0,5 e l' 1,2 per cento ma anche qui con una generalizzata se pur lenta e modesta crescita. Una differenza così forte è in parte spiegabile con ragioni d' ordine climatico e come effetto delle caratteristiche geomorfologiche di quei Paesi. Ma pesa anche l' impegno per politiche volte al risparmio energetico e per la qualità ambientale: non a caso negli Stati Uniti è stata Los Angeles, inquinatissima città della California, a lanciare il più massiccio piano di telelavoro. Ma certo non è un caso se il telelavoro si diffonde laddove più ampia e veloce è stata l' espansione capillare delle nuove tecnologie che hanno evidentemente agito come fattore di trasformazione dell' organizzazione economica e sociale e, nello stesso tempo, hanno agevolato l' inclusione di fasce di popolazione altrimenti tagliate fuori dal mondo del lavoro. E infatti dove il telelavoro è una realtà diffusa risulta più alto anche il numero delle donne che lavorano e, in generale, il tasso di attività della popolazione. L' applicazione delle tecnologie consente infatti di modellare il tempo e l' organizzazione logistica del lavoro in modo coerente con le esigenze di familiari del singolo ma anche con i vincoli che possono derivare da situazioni di disabilità fisica. Ma le nuove tecnologie possono essere strumenti altrettanto preziosi per accompagnare i lavoratori con attività di formazione a distanza nelle fasi di disoccupazione o di riconversione produttiva. Da noi invece il telelavoro solo di rado viene percepito come uno strumento di miglioramento della qualità della vita, come un modo moderno per consentire alle donne (ma anche agli uomini) di vivere con pari intensità impegno professionale e affetti familiari, come eccezionale opportunità per entrare nel mondo del lavoro; assai più spesso esso è considerato come una forma di organizzazione di attività marginali della produzione di servizi (esempio tipico è il call center) penalizzante dal punto di vista delle possibilità di carriera e di relazione aziendale. Importanti sono quindi le azioni intraprese dall' Unione europea per sviluppare il telelavoro in settori ad alto valore aggiunto: il giornalismo, le attività turistiche, i servizi di consulenza. E promuovere un quadro di regole che garantisca il telelavoratore. Le istituzioni locali avrebbero un forte interesse a sostenere lo sforzo intrapreso dall' Unione europea: oltre a concorrere a costruire un più moderno sistema di welfare, la crescita del telelavoro potrebbe servire a decongestionare le aree metropolitane e, infine, essere una leva per la razionalizzazione delle strutture amministrative. Ma occorre crederci e investirci.
 


L'INTERVISTA

Alberto Tripi Confindustria: « Atteggiamento culturale sbagliato forse manca la fiducia»

Palma Ester

«I romani non amano il telelavoro? Colpa di un atteggiamento culturale sbagliato, per cui legano la loro attività al posto in cui la svolgono. Ma per i giovani non è così, le cose stanno cambiando». Parla Alberto Tripi, presidente del Gruppo Cos Communication Services e della Federcomin, la federazione di Confindustria che riunisce le imprese di telecomunicazioni, informatica e radiotelevisione.

Il suo gruppo ha già esperienze di telelavoro in corso?

«No, ma è un tema su cui stiamo lavorando. Ad un' azienda come la nostra, che fornisce anche servizi di call center, può fornire opportunità interessanti. Fra l' altro è una delle figure previste dalla riforma Biagi».

Finora su questo tema le aziende romane non hanno dimostrato grande interesse. Come mai?

«Sì, c' è ancora una sorta di "timidezza" delle imprese sul lavoro a distanza. Diciamo che a volte è una questione di fiducia...»

In che senso?

«Voglio dire che spesso le aziende temono che nello svolgere il lavoro a casa il dipendente si faccia sostituire da moglie o figli, o addirittura amici...

Succede?

 «Sì, è possibile. Ma solo in caso di attività con poca o nessuna specializzazione. Rispondere ad un telefono è alla portata di tutti, a differenza per esempio della scrittura di un software. E comunque i datori di lavoro spesso si lamentano di non potere controllare l' effettiva presenza del dipendente al suo tavolo».

Come si può risolvere il problema?

«Mah, il mondo del lavoro va sempre più nel senso della qualità più che della quantità. In un futuro anche prossimo ci saranno meno interdipendenze e magari a lavorare da casa saranno sempre più le figure professionali più qualificate dal punto di vista della tecnologia».

Ma quanto incidono i costi per l' attrezzatura delle postazioni sulla decisione degli imprenditori?

«Dipende dal tipo di attrezzature necessarie. Ma il problema, ripeto, mi sembra più legato ad un atteggiamento culturale ancora "vecchio"».

Qual è invece per lei l' atteggiamento più corretto per lavorare o far lavorare da casa?

 «Quello di evitare i facili entusiasmi, ma anche le critiche e gli irrigidimenti senza motivo. Anche se non si può negare che i problemi per il dipendente ci siano...»

Quali?

«Soprattutto la sensazione di estraneamento, soli a casa con il computer, senza poter scambiare due chiacchiere con i colleghi o concedersi la classica pausa caffè».

L' ufficio quindi come punto di incontro?

«Beh, i posti di lavoro sono anche questo. Credo sia il motivo per cui oltre il 40% dei nostri dipendenti lavorano in part time, ma il telelavoro ad oggi, nella mia come nelle altre aziende, non lo chiede nessuno».

Cambierà?

«Forse per i giovani, che sviluppano con il posto di lavoro un rapporto diverso, meno "affettivo" da quello dei loro padri. Vedremo».

 

 

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