I telelavoratori in Europa sono circa 15
milioni, nel nostro Paese almeno 720mila Ma le previsioni indicano un
forte sviluppo dal 2005.
Più opportunità per le imprese, ma anche maggiori tutele
per i lavoratori: le nuove regole spianano la strada alla possibilità di
svincolarsi dall'ufficio conservando il posto in azienda
Porte aperte al
telelavoro
Giampiero Guadagni
da Avvenire
Mare o montagna
per chi sta in vacanza. Città per chi deve lavorare. La fotografia
classica della stagione estiva è destinata a ingiallirsi sempre di più.
Complice anche la diffusione del telelavoro, che permette tra le altre
cose di organizzare i tempi di attività come meglio, e da dove meglio,
si crede.
E' stato uno dei primi cardini della flessibilità. Poi le novità della
riforma Biagi lo hanno messo quasi ai margini. Ora di telelavoro si
torna a parlare dopo l'intesa tra le parti sociali del 9 giugno scorso,
che traduce un accordo quadro sottoscritto nel 2002 tra imprese e
sindacati a livello di Unione europea. Aumentano le opportunità per
l'azienda, ma aumentano anche le tutele per i lavoratori. Tutele che
potranno ulteriormente rafforzarsi nei contratti nazionali e in quelli
aziendali.
Dopo i vari accordi settoriali degli scorsi anni (nella pubblica
amministrazione, nel commercio, nelle piccole e medie imprese), l'intesa
del 9 giugno stabilisce criteri di riferimento generale uguali per
tutti. La prima conseguenza pratica è che ora un telelavoratore ha gli
stessi diritti di un lavoratore "normale": salario, ferie, formazione. E
ha il diritto di accesso nei locali dell'impresa e di incontro con i
colleghi. Viene poi sancito che quella di telelavorare è una scelta
volontaria, concordata tra azienda e lavoratore. Ed è una scelta
reversibile, per effetto di accordo individuale o collettivo.
Il datore è responsabile della fornitura, installazione e manutenzione
degli strumenti necessari al telelavoro svolto regolarmente (pc
portatile, modem-fax, stampante, telefono cellulare). E ancora: il
datore di lavoro deve rispettare la privacy del telelavoratore e
deve assumere tutte le misure necessarie per garantire la protezione dei
dati aziendali "maneggiati" dal telelavoratore. Inoltre i teleworker
sono calcolati a tutti gli effetti nel computo della soglia dei 15
dipendenti, soglia che fa scattare lo Statuto dei lavoratori in azienda.
Soddisfatti sindacati e imprenditori. Che parlano in coro di accordo di
nuova generazione, sia nei contenuti sia nelle relazioni industriali. E'
l'onda lunga del nuovo clima di dialogo sociale, favorito dalle prese di
posizione del neopresidente di Confindustria, Luca Cordero di
Montezemolo.
In concreto, comunque, la strada da fare è ancora tanta. In Europa i
dipendenti che lavorano da casa per via telematica sono circa 15
milioni. In Italia un censimento è difficile: l'ultima indagine parla di
720mila, il 3,6% degli occupati totali, metà della media europea. La
previsione è di un forte sviluppo nel 2005. Che coinvolgerà anche
l'Italia, ma in misura meno consistente e in modo meno omogeneo a
livello territoriale e settoriale. I più interessati sono le donne che
aspirano a concilare lavoro e famiglia; e in genere gli over 40, meno
"appetiti" dal mercato rispetto alle nuove generazioni.
In Italia, va detto, gli investimenti sono minori rispetto a Stati Uniti
e Giappone, ma anche rispetto a molti partner della Ue. A frenare sono
soprattutto i costi telefonici della linea digitale, i più alti in
Europa; la scarsa diffusione dei personal computer, in particolare nelle
aree meno industrializzate e nelle pubbliche amministrazioni; il basso
livello di utilizzo di Internet. Ma c'è anche una barriera psicologica e
culturale difficile da valicare. L'applicazione maggiore riguarda allora
il terziario avanzato, i servizi culturali e il turismo, il giornalismo
e l'editoria, la formazione e i call center. Tra i profili
professionali più richiesti: i venditori, gli assistenti tecnici, gli
informatici. Certo, non sono gli anni d'oro dell'esplosione della net
economy, gli anni in cui si parlava del telelavoro come del "futuro"
tout court e in Italia venivano introdotte le prime norme attraverso la
contrattazione aziendale.
Il primo contratto è del 1994, firmato alla Saritel dai sindacati del
settore informazione e spettacolo. Sedici i dipendenti interessati
all'inizio, sessanta successivamente. Ma come si è arrivati a quel primo
progetto? Il personale addetto alla vendita in alcune grandi città del
Nord, le cui sedi erano destinate alla chiusura, potevano chiedere in
alternativa al trasferimento a Pomezia, di rimanere nella città
d'origine e lavoravano da casa in collegamento con la sede centrale,
tramite l'attrezzatura fornita dall'azienda. Al lavoratore era garantito
un rimborso forfettario di 200mila lire per 12 mensilità.
Nel gennaio 1995 è la volta di Italtel, con progetto di studio
finanziato dalla comunità europea: 13 persone vengono coinvolte nel
settore della ricerca, analisi dei sistemi, sviluppo software.
Nell'agosto 1995 parte l'esperienza di Telecom Italia, quella più nota e
significativa, che coinvolge il maggior numero di lavoratori: 200
operatori del servizio 12. Dopo la fusione con Iritel si dovevano
chiudere alcune "salette" dedicate all'assistenza clienti: sono previsti
800 trasferimenti da Sud a Nord. Viene decisa allora la sperimentazione
del telelavoro a domicilio. Iniziativa che ha avuto problemi a decollare
per un'offerta non particolarmente attraente (per retribuzione, orario,
rigidità delle turnazioni). Ma piano piano la realtà si è consolidata su
tutto il territorio nazionale: 500 persone nel 2003, 700 quest'anno, ai
servizi di informazione 12 e 412.
Ora ci sono molti contratti nazionali che prevedono la possibilità di
ricorso al telelavoro. I primi ad essere firmati sono stati quelli delle
aziende di telecomunicazione, e del commercio e servizi. Nel complesso,
comunque, le esperienze vissute hanno ridimensionato l'originario e
aprioristico entusiasmo. Ora però c'è forse una consapevolezza più
matura sui pro e sui contro. E su questa consapevolezza il telelavoro
può costruire la sua fortuna futura.
domande & risposte
Cos'è il telelavoro?
Il telelavoro
costituisce una forma di organizzazione e di svolgimento del lavoro che
si avvale delle tecnologie dell'informazione nell'ambito di un contratto
in cui l'attività, che potrebbe anche essere svolta nei locali
dell'impresa, viene regolarmente svolta al di fuori dei locali della
stessa, in un rapporto di interdipendenza funzionale tra lavoratore e
datore di lavoro.
Quanti tipi di telelavoro esistono?
C'è il telelavoro
da casa: il lavoratore svolge i compiti affidati utilizzando presso il
proprio domicilio una scrivania fornita di computer, fax, modem. C'è poi
il telelavoro da centri satellite: il lavoratore, anziché recarsi in
ufficio, si sposta presso un centro attrezzato nei pressi della sua
abitazione (spesso uffici delocalizzati dalla stessa impresa), e da lì
entra in contatto con l'azienda. Infine, c'è il telelavoro mobile: il
lavoro si svolge da una postazione mobile, composta da pc portatile, fax
modem e cellulare. Con questa attrezzatura può recarsi da clienti e
collegarsi con l'azienda.
Quali leggi hanno disciplinato il telelavoro?
La legge 191/1998
- la Bassanini ter - ha introdotto il telelavoro nelle pubbliche
amministrazioni, destinandovi apposite risorse, allo scopo di
razionalizzare l'organizzazione del lavoro e di realizzare economie di
gestione. La legge53/2000 - quella per il sostegno della maternità e
della paternità - stabilisce che per conciliare tempo di vita e di
lavoro una quota del Fondo per l'occupazione sia destinata ad accordi
che applichino azione positive per la flessibilità, tra cui appunto il
telelavoro.
L'INTERVISTA
Dell’Aringa: «Certe forme di lavoro sono state finora osteggiate tanto
dai sindacati quanto dalle imprese»
«Più tempo per sé e per la famiglia»
Perché l'Italia
è così indietro rispetto ad altri Paesi nella diffusione del telelavoro?
«Ci sono alcuni motivi generali - spiega il professor Carlo
Dell'Aringa, docente di diritto del Lavoro alla Cattolica -. Tutte le
forme di lavoro non standard - non parliamo più di lavoro atipico che
richiama la precarietà - fanno fatica ad imporsi. Pensiamo al part-time
o all'interinale, osteggiati per anni non solo dai sindacati, ma anche
dalle imprese, che hanno una certa pigrizia a riorganizzare il lavoro al
loro interno. E poi ci sono anche motivi specifici. Il telelavoro ha
avuto un boom iniziale con l'avvento delle nuove tecnologie, che però da
noi non si sono sviluppate al passo ad esempio dei Paesi nordici.
In che modo la riforma Biagi ha inciso sul telelavoro?
Certamente non è il punto centrale della Biagi. Ma ha comunque
contribuito indirettamente, introducendo nuove tipologie di lavoro e
dunque un clima di cambiamento culturale di cui il telelavoro può
beneficiare.
Attualmente chi utilizza di più il telelavoro?
Finora si è sviluppato soprattutto quello autonomo, legate alle
consulenze, alle partite Iva, al rapporto tra piccole aziende ma anche
tra manager di più grandi. Ma l'intesa del 9 giugno tra le parti sociali
si rivolge soprattutto al lavoro dipendente. È lì che dovrà avere il suo
terreno di crescita. Finora aziende e contratti nazionali sono stati
piuttosto evanescenti. Quell'accordo dà modo ai soggetti interessati di
instaurare il telelavoro con più flessibilità per le imprese e più
tutele per i lavoratori.
Quali sono per aziende e lavoratori i vantaggi e gli svantaggi del
telelavoro?
Per le imprese c'è senz'altro, a fronte di un investimento iniziale per
l'equipaggiamento del locale e del telelavoratore, un consistente
risparmio di costi e un verificato aumento di produttività. Difficoltà
emergono invece nello sviluppo del lavoro di gruppo, importante per
molte aziende. Quanto ai lavoratori, c'è un vero e proprio abbattimento
del costo di trasporto nelle distanze temporalmente lunghe. E la
maggiore possibilità di conciliare la presenza a casa con il lavoro.
Resta il fatto che lontano dal sistema di relazioni con i colleghi ci
può essere più insoddisfazione personale e minore possibilità di fare
carriera. E questo anche se le parti hanno introdotto regole che
impediscono la discriminazione del telelavoratore. Ma vanno anche
sottolineate importanti economie esterne: la diminuzione del traffico e
degli spostamenti individuali, e minore inquinamento da trasporti.