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FAMIGLIA
ED ENTI LOCALI
A
proposito della nuova «Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato
di interventi e servizi sociali»
Mario
Toso, sdb
1. Quale
prospettiva antropologico-culturale?
Abbastanza
di recente è stata approvata, in via definitiva dal Senato della Repubblica
italiana (18 ottobre 2000), la Legge
quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi
sociali (18 ottobre 2000).
Tale
legge è frutto di una nuova concezione dei rapporti tra Stato, società,
mercato e famiglia. Essa vede la luce dopo le esperienze negative degli Stati
collettivistici ed assistenzialistici che, sia pure in maniera diversa, non
hanno adeguatamente valorizzato l’autonomia della famiglia in quanto
istituzione dotata di una soggettività da rispettare ed incrementare.
Nella
suddetta legge si possono scorgere intenzionalità ed affermazioni che
presuppongono chiaramente sia l’autonomia della società familiare sia la sua
soggettività di ente comunitario, sia la sua funzione sociale e politica. Si
possono, però, anche scorgere sedimentate, e in un certo senso codificate,
incertezze relative all’identità della famiglia che dipendono dalla
situazione culturale odierna. Infatti, oggi è abbastanza facilmente
riscontrabile che non vi è più omogeneità culturale e, quindi, convergenza
unanime verso un modello dominante di famiglia, quale quella basata sul
matrimonio, su un rapporto stabile e duraturo tra uomo e donna, aperto alla
fecondità.
Nella
legge in questione sembra riflettersi quanto, su un altro livello, si verifica
nella Carta
dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In quest’ultima, negli
articoli dedicati alla famiglia (artt. 9 e 33),[1] non ci si sbilancia in una
definizione di essa e si crea l’impressione che si mettano sullo stesso piano
modelli familiari non omogenei, quasi equiparando famiglia fondata sul
matrimonio, unioni di fatto, unioni omosessuali. In sostanza, non si esplicita,
da parte dei codificatori, una scelta preferenziale per la famiglia
tradizionale, cosa che invece avviene nella Costituzione italiana (cf artt.
29-31).
Sicuramente
una legge non può essere un trattato teorico-dottrinale. Ma è anche pacifico
che una legge sulla famiglia o che la coinvolge, come nel caso in esame, non può
prescindere del tutto da ciò che essa è dal punto di vista ontologico, etico,
sociologico e giuridico. Quando manchi questo inevitabile riferimento ci si
condanna alla sterilità operativa o ad una prassi contraddittoria e, in
definitiva, fallimentare.
Detto
altrimenti, l'attuale legge quadro per la realizzazione di un sistema integrato
di interventi e servizi sociali, se per un verso rappresenta un passo innanzi
rispetto a precedenti assetti sociali che non erano conformi al principio di
sussidiarietà e, quindi, non valorizzavano le risorse proprie della famiglia o
la relegavano nel privato assistenzializzandola, per un altro verso sembra
poggiare su un impianto antropologico ed etico sfuocato che ne pregiudica il
successo. La sua base culturale appare insufficiente a sostenere o a
giustificare l’autonomia della famiglia, la sua soggettività aggregativa e
solidale, nonché la sua funzione sociale e politica, cose che la stessa legge
quadro presuppone.
Infatti,
possono forse le unioni di fatto o le unioni omosessuali – ossia entità
sociali non fondate sul matrimonio, che mostrano un deficit
costitutivo di stabilità e di assunzione di impegno costante, sicché ne
diviene precaria l’esistenza relazionale e incerta la funzione sociale (nel
caso delle unioni omosessuali si ha la negazione in radice di quella fecondità
[non solo biologica] che è la base della sussistenza della nazione stessa) -
offrire garanzie sufficienti per la realizzazione di un sistema integrato di
interventi e servizi sociali, universali e duraturi nel tempo?
Se
la legge quadro mira, com’è ovvio, al proprio inveramento, perché non si
richiama chiaramente alla famiglia quale istituto naturale fondato sul
matrimonio? Perché, in altri termini, tende ad equiparare la famiglia
tradizionale quanto a rilevanza sociale, giuridica, a status,
con altre forme di convivenza, quando solo nella prima si può trovare una piena
funzione sociale, dovuta al suo progetto e impegno di stabilità e alla sua
dimensione di fecondità più che biologica? Perché, dunque, non si è
espressa - sulla base, naturalmente, di considerazioni di ragionevolezza «laica»
-, un’opzione preferenziale, finendo per insinuare che non c’è una
graduatoria di rilevanza tra le varie forme familiari rispetto all’attuazione
di un sistema integrato di interventi e servizi sociali?
La
legge quadro, pur con queste deficienze, non pregiudica, per sé, il ruolo
decisivo della famiglia fondata sul matrimonio. A nostro modo di vedere, però,
sebbene non prenda posizione sui diversi modelli familiari, obbliga comunque chi
è chiamato ad applicarla a non ignorare il loro diverso peso sociale. Se
davvero si intende realizzare un nuovo sistema di protezione sociale
coinvolgendo di più, com’è legittimo, la società civile e le famiglie nella
rilevazione dei bisogni, nella programmazione e nell’erogazione dei servizi,
non ci si potrà esimere (almeno) dalla pratica rivalutazione di
quell’istituto sociale che è la famiglia secondo la concezione romana e
cristiana.
Difatti,
per una felice attuazione della legge quadro, ma anche per il suo futuro
miglioramento, diverrà spontaneo richiamarsi a quei modelli familiari e a
quelle antropologie che ne colgono e ne giustificano la figura istituzionale e
la stabilità sociale quali espressioni consentanee alla natura più intima e
profonda della persona, alla sua struttura e dinamica relazionali. La famiglia,
come peraltro mostra una rilevante esperienza di casi, è fondata e vivificata
dall’amore fra un uomo e una donna. Si costituisce come comunità
di persone (sposi, figli ed eventualmente altri parenti), unite tra loro in
un complesso di relazioni necessariamente durature, perché hanno come fine la
promozione del bene comune dei coniugi, della società parentale ed anche del
bene della società civile e della società politica.
Nel
precisare meglio queste prospettive è senz’altro utile l’apporto della
dottrina sociale della Chiesa (=DSC), il cui insegnamento, specie alla fine del
secolo scorso, appena conclusosi, ha presentato la realtà familiare sulla base
di un personalismo
comunitario e relazionale. Tale personalismo non è un guadagno dottrinale
aprioristico. Esso deriva dall’attuazione di un metodo cognitivo realista e
critico, che approccia e legge la realtà familiare non in maniera precostituita
ma rimettendosi all’evidenza del suo essere globale, colto mediante una
ragione altrettanto globale.[2]
Si
richiamano qui, allora, alcuni nuclei dell’insegnamento pontificio, cioè
quelli che possono fornire i pilastri del progetto culturale che deve animare
l’attuazione della legge quadro più volte citata. Questa, nel suo impianto,
come già rilevato, fa indirettamente
appello a famiglie stabili, intese cioè come comunità
di vita a servizio dei propri componenti e della società, autonome rispetto
allo Stato e al mercato, nelle quali sono vissute relazioni interpersonali di
positiva reciprocità, incentrate sul dono incessante di sé. Fa appello a
famiglie che raggiungono meglio le loro finalità e riescono a produrre
relazioni promozionali delle persone e della società, a dare una valido apporto
alla realizzazione di un sistema integrato di servizi sociali, allorché si
associano solidalmente e sono, inoltre, aiutate da politiche che si curano
non solo delle loro dimensioni materiali ed economiche ma anche del loro «cuore»
e «centro» relazionale e morale, che è rappresentato dalla condotta
buona dei componenti e, quindi, essenzialmente da un bene-essere.[3]
Proprio
perché ci sembra vi sia una certa sintonia ideale tra legge quadro sugli
interventi e sui servizi sociali e la DSC ci rifacciamo a quest’ultima per
evidenziarne quell’antropologia e quei contenuti etici che possono fornire,
senza forzature e in naturale continuità, maggior consistenza a ciò che si
trova codificato esplicitamente o implicitamente nella prima.
2. La
famiglia è società originaria ed autonoma
Il
carattere societario
e, quindi, la stabilità
dei rapporti interpersonali all’interno della famiglia – ogni vera società
implica continuità nelle relazioni tra le persone che la formano; senza tale
continuità è impossibile perseguire i suoi fini –, sono sempre stati
considerati dalla DSC come intrinseci
all’essere
stesso dei nuclei familiari, alla natura dell’amore inteso come virtù.
Rispetto
a visioni riduttive, che descrivono la famiglia in termini individualistici ed
utilitaristici, ossia quale mera convivenza di persone, avente il suo fondamento
su semplici affetti-sentimenti, su pulsioni instabili, sul convenire momentaneo
ed egoistico, senza assunzione di responsabilità durature di dono – visioni
che, enfatizzando le dimensioni soggettive, una libertà incondizionata,
finiscono per comprometterne l’identità e la ricchezza della vita interna e,
per conseguenza, la soggettività sociale, la cittadinanza -, la DSC ha mostrato
come la natura societaria e comunitaria della famiglia, nonché la stabilità
delle relazioni sono radicate non solo su elementi di volontarietà, di
consenso, ma anche, e primariamente, su elementi meta-volontari,
meta-consensuali. Questi costituiscono un pre-dato, che è da riconoscere
e da assumere da parte dei componenti familiari, per viverlo mediante una libertà
responsabile nel dono reciproco di sé.
La
scaturigine della famiglia è da ricercare ultimamente nella natura
intrinsecamente sociale della persona, in un’antropologia
relazionale, aperta
alla Trascendenza (la persona diventa più umana comunicando e
donandosi).[4] Più precisamente, nella loro capacità
di comunicare e di comunicarsi, di darsi e di riceversi reciprocamente, da
persone, sinoli di anima e corpo. La stabilità delle relazioni familiari è
richiesta dall’essenza
stessa dell’amore, che unisce soggetti diversi (sposi, figli, parenti) in una
reciprocità amante perdurante, in un mutuo potenziamento di essere, sino ad
inabitarsi, senza che perdano la loro autonomia e confondano i ruoli.
Infatti,
mediante l’amore-virtù – io per te per
sempre, così potrebbe essere sinteticamente definito – le persone vivono
in un «noi» comunitario, che si perfeziona e diviene sempre più comunione di
persone, mutuamente benevolenti e promozionali – mediante quindi progressiva causalità
intersoggettiva -,[5] proprio sulla base di relazioni interpersonali uniche, perseveranti
e, nel caso della comunità coniugale, indissolubili.
Nel
tempo, la Chiesa ha, cioè, preso le distanze da quelle teorie e visioni secondo
cui la famiglia ha il suo fondamento non in una natura umana creata da Dio,
originariamente ricevuta in dono dall’uomo per quello che essa è
germinalmente e da portare a compimento mediante libertà e responsabilità, ma
in un’antropologia evoluzionista (è il caso di Marx e di Engels), secondo cui
non esiste una vera e propria natura umana o in una natura che si autocrea e si
autopone radicalmente e, quindi, arbitrariamente (è il caso, ad es., dei
naturalisti del tempo di Leone XIII e dell’individualismo contemporaneo
reperibile sia in pensatori neoliberali sia in pensatori libertari). Parimenti,
la Chiesa ha differenziato la propria visione di famiglia rispetto a posizioni
esistenzialiste, secondo le quali la famiglia è negazione dell’individualità
e della socialità,[6] non è il luogo dell’amore e della personalizzazione,
ma dell’alienazione.[7]
Alla
luce della rivelazione e della fede, grazie anche al contributo del megliore
personalismo comunitario e relazionale (cf J. Maritain, E. Mounier, M. Nédoncelle
e altri), ha individuato, in definitiva, una «metafisica dell’amore»,
che non ha nulla da spartire con le teorie libertarie e meramente affettive di
esso, che tendono ad offrire un’immagine intimistica e privatistica della
famiglia.
Secondo
tale metafisica, le persone originano la famiglia come vera società,
connotata pertanto dalla pluralità delle persone, dalla comunanza degli
obiettivi, dalla cooperazione, dalla stabilità e da un’autorità
coordinatrice.[8] Grazie alla comunione-comunità di vita e di amore, al
bene-essere della famiglia - ottenuto sulla base del codice etico del dono, per
cui le libertà si rendono sinergiche con altre e si strutturano per l’«altro»
-, gli individui vengono generati e si personalizzano.
Sempre,
sul fondamento di un personalismo comunitario e relazionale, aperto alla
trascendenza, la Chiesa rivendica e sostiene l’originarietà,
l’autonomia
della famiglia, invoca il principio
di sussidiarietà nella regolazione dei rapporti tra lo Stato ed essa.
La
famiglia è la più originaria e più fondamentale, la prima della comunità
naturali. E’ società originaria,
ossia non derivata ontologicamente e finalisticamente da altre società. E’
auto-prodotta, in quanto si costituisce in ragione di fattori autonomi, che
hanno la loro fonte ultima nelle singole persone, esseri relazionali,
intenzionali, atti a formare un’unità di vita mediante il libero dono di sé.
Per
queste ragioni è anche anteriore
rispetto allo Stato, viene prima di esso, è autonoma.
Non si tratta di un «prima» storico e di un’autonomia assoluta. La famiglia
è prima dello Stato quanto alla nascita delle persone, quanto alla sua
importanza in vista della socializzazione e della personalizzazione, quanto al
soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo. L’essere e i fini della
famiglia non derivano dall’essere e dai fini dello Stato. Proprio perché la
famiglia ha soggetti, origine e fini propri, lo Stato - che è espresso dalle
stesse persone che formano le famiglie con lo scopo, fra l’altro, di creare
condizioni favorevoli a quest’ultime – ha il compito di riconoscerne la
prestatualità, l’anteriorità e l’autonomia: un’autonomia che Giovanni
Paolo II ha voluto illustrare ricorrendo alla categoria di «sovranità» (cf Lettera
alle famiglie 17), non per dire che sono società perfette, totalmente
indipendenti dalle altre, ma per indicare che esse sono soggetti aventi il
diritto all’autorganizzazione e all’autodeterminazione, sia ad una piena
libertà di azione interna, senza che altri soggetti vi si intromettano
ingiustamente, sia ad un’azione esterna, di fronte e rispetto ad altre società.
Lo
Stato ha il dovere di tutelarle, promuoverle nella loro relativa indipendenza,
nella libertà di iniziativa e nell’autorganizzazione. Non deve assorbirle o
sostituirsi ad esse, destituendole dalle loro funzioni, dalla loro soggettività
sociale, deresponsabilizzandole e assistenzializzandole; deve, invece, aiutarle
ad accrescere la capacità di autosufficienza e di iniziativa sociale, supplirle
in caso di deficienze temporanee, integrarle e sostenerle perché possano
rispondere alla loro vocazione integrale (cf Centesimus
annus 49; Familiaris
consortio 45; Lettera
alle famiglie 17).
Mentre
deve riconoscere loro il diritto anteriore e inalienabile di educare la prole (cf Divini
illius magistri 33), offrire gli strumenti necessari attraverso cui attuare
il diritto di scelta della scuola, lo Stato ha anche il dovere di garantire un
sistema di assistenza, previdenza e sicurezza sociale di tipo integrato. Ossia
un sistema ove la soggettività della società civile, delle famiglie, dei vari
corpi intermedi – rispetto a formule di tipo collettivistico e
assistenzialistico, implicanti l’enfatizzazione delle istituzioni statali –
è valorizzata a seconda delle circostanze storiche e dei reali bisogni.
In
un sistema di tipo integrato, che vede cioè la compartecipazione dello Stato e
della società civile nel determinarlo, alla famiglia vengono meglio
riconosciute, con l’autonomia d’esistenza e di iniziativa, anche la sua
funzione pubblica. Grazie ad esso, le politiche di sicurezza sociale appaiono,
più visibilmente, politiche secondo cui gli utenti, sia singoli che associati,
non sono solo soggetti passivi ma anche partecipi e attivi nella rilevazione e
nella soluzione dei problemi familiari e sociali, secondo una logica di
autopromozione e di autotutela.
E
ciò perché, secondo la DSC e una sana filosofia sociale, i primi responsabili
della protezione sociale sono le persone, le famiglie e la società civile.
Specie
negli ultimi documenti sociali, relativamente ai rapporti tra Stato e famiglia,
viene la sollecitazione a ristrutturarli secondo una corretta interpretazione
del principio di sussidiarietà (cf ad es. Centesimus
annus 48-49): passando, cioè, da impostazioni secondo cui alla famiglia è
tolta la responsabilità o è riservata una funzione puramente esecutiva o di
supporto alle amministrazioni e alle agenzie pubbliche (secondo una sussidiarietà
rovesciata) a impostazioni in cui alle famiglie è riconosciuto il loro ruolo
unico e imprescindibile, da protagoniste - date le loro risorse e la particolare
vicinanza alle persone -, nonché la loro particolare flessibilità nel trovare
risposte a bisogni nuovi.
3. La
famiglia è istituzione con funzioni e rilevanza pubbliche e, quindi, è dotata
di soggettività e cittadinanza societari.
Specie
a partire dal Concilio Vaticano II, i pontefici illustrano e presentano la
famiglia come istituzione
ponendosi, secondo un’impostazione personalista, nella prospettiva
dell’amore, suo fondamento e dinamismo interno. Per essi, è proprio l’amore
oblativo e fedele tra persone che compagina la famiglia in società, in
istituzione, ossia in un insieme duraturo di relazioni, adeguatamente
configurato e finalizzato, flessibile al suo interno e con l’esterno (il resto
del sociale).[9] L’amore-virtù non porta nella direzione delle unioni di
fatto, ossia di un istituto tendenzialmente privatistico, avente talora la
pretesa di ricevere il riconoscimento pubblico anche per scelte decisamente
arbitrarie. Esso conduce verso un modello di famiglia basato su un rapporto
stabile, su relazioni che accettano la loro naturale funzione sociale e per
questo appellano, legittimamente, a garanzie giuridiche e a politiche
favorevoli.
Mediante
la rete permanente di relazioni al suo interno e con l’esterno – essenziali
per la personalizzazione e la socializzazione dei componenti – la famiglia
svolge una preziosa intermediazione tra individui e società, fra privato e
pubblico, attua la sua funzione sociale e politica. Essa si costituisce come
soggetto sociale comunitario, non riducibile ai singoli componenti o alla loro
somma; soggetto che è ente
di relazioni tra persone e che come e perché
tale è interrelato con altri enti sociali (familiari, economici, politici,
religiosi, culturali), secondo un rapporto di dare e ricevere.
Come
società ed istituzione comunitaria, aperta ad altre società, è dotata anche
di una soggettività
giuridica, è soggetto
collettivo di diritti e doveri. Sempre come società e istituzione
comunitaria, oltre ad avere rilevanza sociale e politica,[10] è soggetto attivo
e responsabile della società civile e della società politica (cf Familiaris
consortio 44), gode cioè di una cittadinanza
societaria.
4. La
cittadinanza della famiglia è espressa in modo particolare mediante
l’associazionismo
Già
Pio XII ha incoraggiato tale forma di raccordo tra le famiglie,[11] ma è
soprattutto Giovanni Paolo II a farlo,[12] assecondando ciò che, peraltro, la
storia faceva germogliare nei suoi solchi.
Infatti,
specie in questi ultimi decenni, per più cause – necessità di riformare il Welfare
State assistenzialistico, la nascita di nuovi bisogni, crescita della società
civile -, prendendo maggiormente coscienza della loro naturale e peculiarissima
vocazione di servizio alle persone e alla società civile, si sono costituite in
reti di nuova solidarietà, specie a livello di volontariato e di cooperazione
sociale per venire incontro, oltre ai bisogni dei singoli (bambini, orfani,
disabili, malati, anziani), ai bisogni di altre famiglie, del quartiere, del
territorio, della scuola, degli ospedali, degli ambienti del tempo libero, dei
mezzi di comunicazione sociale, del mondo del lavoro, dell’economia locale.[13]
Attraverso
la spinta solidaristica che le raccorda, le famiglie, creando cooperative nonché
associazioni di famiglie o di cooperative familiari, vanno ad ingrossare
l’area del cosiddetto «terzo settore», che rappresenta un modo più
partecipativo e democratico di essere e fare società e, quindi, di vivere la
cittadinanza e di conseguire il bene comune.[14] L’associazionismo familiare,
assieme ad altri corpi intermedi, si candida, naturalmente, ad essere dimensione
portante di una nuova rappresentanza politica nella società complessa e di una
nuova democrazia. Ciò dev’essere considerato perfettamente in linea con la
naturale soggettività politica delle famiglie prese singolarmente o associate.
Chi non vede, poi, in ciò - anche per il movimento cattolico che conosce un
periodo di profonde e sofferte divisioni, caratterizzate, in campo politico, da
scelte partitiche quasi disparate -, un occasione di collaborazione e di
confronto a partire dai problemi concreti e dai valori fondamentali condivisi da
tutti?
Un
associazionismo familiare più consolidato e organizzato – più cosciente
delle proprie funzioni sociali e politiche e, quindi, più propenso a
costituirsi in istituzione o sistema indipendente, impermeabile a indebite
pressioni da parte dello Stato e del mercato, a svolgere una funzione di difesa
e di rappresentanza degli interessi delle famiglie – rappresenta senza dubbio
un nuovo soggetto sociale che può contribuire efficacemente, in forza della sua
particolare forma di solidarietà di non-profit,
più personalizzata, a riformare le altre istituzioni sociali (amministrazioni,
mercato, sindacati, partiti, enti regionali e nazionali), a renderle più
attente ai bisogni delle persone e delle famiglie, specialmente al loro
bene-essere.
Per
queste stesse ragioni può essere antidoto naturale alla frammentazione del
tessuto sociale, sollecitando gli altri soggetti sociali a non essere
autoreferenziali ma a raccordarsi tra loro per servire meglio le persone e le
famiglie concrete.
5. Avvio
alla conclusione: impegni per il futuro
Dal
rapido excursus
su alcuni contenuti della DSC e dalla lettura complessiva della legge quadro
emerge che quest’ultima contiene parecchi elementi che sono in sintonia con la
prima. Chi dovrà attuare la legge quadro trova nella prospettiva antropologica
e culturale della DSC riferimenti ideali e valoriali che rappresentano una
felice integrazione o un coronamento del nuovo testo legislativo. Senza di essi
l’impegno attuativo non sembra possa avere grande successo.
Se
gli amministratori, in sostanza, non presupporranno e non investiranno
primariamente su un modello di famiglia fondata sul matrimonio, sull’amore
relazionale perseverante, indeboliranno e renderanno quasi nulla la portata
civile e storica della nuova legge sull’assistenza.
Oltre
a ciò, preme qui rilevare che, dal punto di vista pratico, rimangono aperti
almeno due problemi fondamentali, quello dell’indispensabile pluralismo
(sociale) delle cooperative e delle associazioni familiari e quello della
formazione, necessaria per poter attuare gli ambiziosi obiettivi della legge
quadro.
E’
noto, infatti, che si verificano fenomeni di «cannibalismo» tra cooperative
familiari, non solo tra cooperative di ispirazione diversa ma anche tra
cooperative della stessa area culturale; e che sovente le amministrazioni nel
cooptare e nello stipulare i contratti discriminano quelle non in linea con
l’orientamento ideologico di chi detiene il potere negli enti locali. Così,
non può sfuggire che, a fronte della nuova legge, che sollecita le famiglie ad
essere solidali tra loro e apre a loro una via connaturale ed esigente di
partecipazione nella realizzazione degli interventi e dei servizi sociali, poche
sono quelle che appaiono all’altezza, cioè veramente preparate e formate in
vista di una valida ed efficace cooperazione con gli enti locali. Bisogna che
sia superata quella cultura di massa, consumistica ed utilitaristica, che
penetra e corrode le relazioni solidali; così, va cambiata l’abitudine delle
famiglie, peraltro favorita dallo Stato assistenzialistico, di fare da sé.
Rispetto
al primo problema, onde evitare lotte «fratricide», occorrono accordi e patti
sociali che non siano solo stipulati ufficialmente, tra i vertici delle
associazioni e delle organizzazioni, ma che siano mantenuti e fatti rispettare localmente, anche con l’ausilio
di un’authority
sopra le parti, il più possibile indipendente dal potere costituito.
Per ovviare, invece, fenomeni di ingiusta discriminazione ideologica bisognerà
che gli amministratori degli enti locali si attengano prevalentemente a criteri
di efficienza e di professionalità anche dal punto di vista etico. Ciò
richiede da loro imparzialità, un certo distacco dagli interessi della parte a
cui appartengono, giacché essi devono aver cura di tutti i cittadini, di
qualunque credo religioso e politico. E’, allora, necessario che essi tendano,
il più possibile, ad offrire ai cittadini, una scelta plurima di servizi,
stipulando accordi con più cooperative o enti sociali. Ciò anche per
consentire che si realizzi meglio l’intrinseca intenzionalità della
solidarietà non-profit,
che è quella di offrire servizi maggiormente personalizzati, ossia più
proporzionati alla dignità e alle peculiarità spirituali delle persone. Con il
pluralismo sociale è anche necessario che venga salvaguardato un sano
pluralismo ideologico e culturale.
Rispetto
al secondo problema, ossia quello della formazione, che dovrà essere offerta
non solo alle famiglie ma anche agli amministratori degli enti locali e ad altri
soggetti coinvolti, non vi è dubbio che dalla sua soluzione dipende, in modo
preponderante, la qualità e l’efficienza dell’apporto degli attori sociali
nonché del sistema integrato di interventi e servizi sociali. In questa area ci
si deve muovere con una certa celerità sia per recuperare il notevole ritardo,
sia per non rallentare la riforma dell’attuale sistema di servizi, sia
soprattutto per radicare di più nelle persone e nel costume sociale quell’ethos
della relazionalità, del dono e della reciprocità che è germinalmente insito
nelle persone e nelle famiglie ed è presupposto dalla nuova legge.
Sono,
allora, da encomiare e da incoraggiare tutte quelle iniziative che, avvalendosi
dell’apporto di persone competenti, nonché dell’esperienza accumulata in
campo di cooperazione e di relativa educazione, offrono sul territorio un valido
supporto culturale istituendo momenti formativi pensati in sinergia con
l’operatività organizzatrice attenta alle persone concrete. E’ il caso, ad
es., di quanto il Vicariato di Roma ha recentemente varato (un corso per
preparare presidenti ed amministratori di associazioni e cooperative di
solidarietà interfamiliare), radicando l’iniziativa su una cultura della
speranza e su una motivazione «forte», qual è richiesta da cristiani che
aderiscono sinceramente a Gesù Cristo e alla sua opera di redenzione ed
umanizzazione.
[1] Cf UNIONE EUROPEA, Carta dei diritti fondamentali, in «Il regno-documenti» 19 (2000) 631-636. [2] Per una visione sintetica dell’insegnamento sociale della Chiesa sulla famiglia ci permettiamo di rinviare a M. TOSO, Famiglia, lavoro e società nell’insegnamento sociale della Chiesa, LAS, Roma 1994.
[3]
Più concretamente, un sistema integrato di interventi e servizi sociali
esige l’esistenza di famiglie libere
e forti,
in grado di associarsi secondo forme di mutuo aiuto, nonché una società
civile, un mercato ed uno Stato amici
delle stesse famiglie, tali cioè da favorirle nella loro essenzialità e
finalità.
[4]
Cf Gaudium
et spes 24-25. [5] Cf Familiaris consortio 18. Un’illustrazione più articolata di questi concetti si può trovare specialmente in M. NÉDONCELLE, Vers une philosophie de l’amour et de la personne, Aubier, Paris 1957, tr. it.: Verso una filosofia dell’amore e della persona, Paoline, Roma 1959. [6] Cf S. DE BEAUVOIR, Il secondo sesso, Mondadori, Milano 1961, vol. II, p. 255. [7] Cf J. P. SARTRE, L’être et le néant, Gallimard, Paris 1943, pp. 437 e 461. [8] Cf Lettera alle famiglie 10. [9] Cf ad es. Familiaris consortio nn. 18 ss, 37, 40, 42 ss. [10] La famiglia, scrive Pio XII, è «cellula vitale della società» (Radiomessaggio nel 50° della «Rerum novarum»), mentre Giovanni XXIII afferma che essa è «nucleo naturale ed essenziale della società» (Pacem in terris 7). Sempre Pio XII, evidenziandone l’importanza dal punto di vista politico, la definisce «cellula del popolo» (Radiomessaggio Natale 1942 22). [11] Cf PIO XII, Allocuzione (20 setteembre1949), 241. [12] Cf ad es. GIOVANNI PAOLO II, Familiaris consortio, 48. [13] Sull’associazionismo familiare si veda almeno Le associazioni familiari in Italia. Cultura, organizzazione e funzioni sociali, a cura di P. Donati e G. Rossi, Angeli, Milano 1995; G. ROSSI-A. A. MACCARINI, Benessere familiare e associazionismo delle famiglie, in Famiglia e società del benessere, Sesto rapporto CISF sulla famiglia in Italia, a cura di P. Donati, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, pp. 183-243. [14] Cf M. TOSO, Attualità e futuro del terzo settore, in Terzo settore e giovani. Essere protagonisti in una società in trasformazione, a cura di M. Toso e M. Mantovani, LAS, Roma 1998, p. 115. |
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