I FORUM DE "IL TELAIO"

LIBRO BIANCO DEL MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI

Nell'ambito del dibattito sul "libro bianco" presentato dal Ministero del Welfare, riportiamo alcune osservazioni in merito ai contenuti, al metodo ed alle prospettive future.

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A seguire, contributi di  
Intino Prandini
Fornari Maroni

 

Rafforzare e potenziare una dinamica d’autonomia sociale con protagoniste le famiglie e le loro associazioni

di Ciro Intino, Presidente del Forum delle Associazioni familiari del Lazio

L’associazionismo familiare è stato invitato al tavolo di consultazione voluto dai responsabili del dicastero del Welfare sul tema della politica sociale in Italia. Altre occasioni di confronto vanno sviluppandosi in alcune Regioni e a livello di Enti locali. Il motivo è la riflessione, quanto mai doverosa ed opportuna, sul ruolo della famiglia nella nostra politica sociale.

Se l’auspicata centralità dell’istituto familiare è un obiettivo da perseguire attraverso il coinvolgimento sempre più esteso dell’associazionismo familiare nei vari tavoli in cui si definiscono le linee d’intervento sociale, ed anche la verifica ed il monitoraggio dello stesso, si tratta preliminarmente di capire come possa essere rafforzata e potenziata una dinamica d’autonomia sociale che veda protagoniste le famiglie e le loro associazioni, chiamate a tale impegnativa forma di confronto con le pubbliche istituzioni.

In buona sostanza c’è da chiedersi se sia sufficiente il prevedere forme di consultazione senza por mano ad interventi e misure in grado di rafforzare identità e ruolo dell’associazionismo familiare, senza lavorare su ciò che rende possibile il rafforzamento dell’associazionismo stesso quale strumento di partecipazione democratica della famiglia, intesa come soggetto sociale da promuovere e non solo da assistere.

Sta di fatto che l’associazionismo familiare, nel corso degli anni 90, ha risentito di una sorta d’eccesso di “formalismo” che ha caratterizzato la disciplina normativa delle associazioni di “terzo settore”, al cui interno vanno collocate, ma con una precipua e distintiva caratterizzazione, le associazioni di famiglie.

È il caso di richiamare, seppur brevemente, alcune caratteristiche essenziali della normativa in parola:

1)     la previsione da parte dell’ordinamento dello Stato di norme riguardanti, ed in modo massiccio, sia la regolamentazione della vita interna dell’associazione, sia lo stesso oggetto sociale;

2)      il sistema dei pubblici registri in cui obbligatoriamente inserirsi come associazioni, per avere la possibilità di interloquire con l’ente pubblico attraverso il sistema del convenzionamento, con agevolazioni di carattere fiscale prevalentemente in favore dell’attività resa in regime di convenzione;

3)     la disciplina del patrimonio di queste associazioni, di fatto rese gestori e non proprietari dello stesso.

Siamo in presenza di impostazioni normative che ingenerano logiche di dipendenza degli organismi associativi dal settore pubblico, in nome del primato di una prassi politica che, con questi approcci, continua a farla da padrone.

I modelli associativi prefigurati, la tipologia dei rapporti con l’ente pubblico, sotto alcuni aspetti limitativa dello stesso principio di libera concorrenza, appaiono ancora funzionali alla realizzazione dell’ intervento sociale secondo logiche assistenziali ed in contrasto con la funzione tipica delle associazioni di famiglie: consentire l’attivazione di percorsi di libertà, responsabilità ed autonomia sociale a partire dalla valorizzazione dell’amore coniugale e dell’incontro fra generazioni. Di questo supplemento d’umano ha bisogno la nostra società ed il nostro sistema di welfare.

Per divenire soggetti attivi e partecipi della nuova “welfare society” le associazioni familiari dovranno riuscire ad ottenere un rinnovato quadro di riferimento normativo, per una piena valorizzazione dei legami fiduciari che fondano ogni patto associativo e che chiedono modalità rinnovate di espressione nella nostra società democratica. 

I principi

La famiglia, un «soggetto» sociale
Occorrono innovazioni a livello giuridico
Ripensare anche al «welfare state»

di Riccardo Prandini, docente di Sociologia della famiglia Università di Bologna

Diversamente da quanto si sente dire la famiglia oggi mostra, in maniera molto più forte di un tempo, le qualità di una nuova soggettività sociale. Con questo concetto intendiamo una modalità di relazione sociale capace di "personalizzare le persone", quello specifico modo di relazionarsi che genera una identità comune ai propri membri e la loro capacità di comportarsi come un soggetto solidale autonomo, centro di libertà, responsabilità e solidarietà alla ricerca di un bene relazionale. In quanto soggettività sociale la famiglia si esprime come ambito di mediazione tra i suoi membri e la società. Diventa perciò sempre più l’espressione dei diritti originari della persona e delle formazioni sociali intermedie precedenti e fondanti - non susseguenti e derivate - la sfera politica.

Tutto ciò comporta delle reali innovazioni sia a livello giuridico sia a livello di ripensamento del welfare state. Si pensi soltanto ai servizi pubblici alla persona: essi non riescono a seguire pienamente la norma della piena reciprocità e il medium della solidarietà poiché seguono un codice operativo sempre più professional-burocratico. Sono le famiglie stesse, invece, che associandosi e producendo nuovi servizi di relazione, innovano la società ed esprimono una vera e propria cultura familiare, diventando così portatrici di una nuova normatività e di una innovativa proposta di senso umano.

Se è vero che la famiglia (anche attraverso le associazioni) media in modo sempre più rilevante le relazioni tra individui e società, allora la società stessa, in primo luogo quella politica, deve responsabilmente tenere in considerazione i suoi diritti (familiari) originali. Ciò deve fare riflettere su quella che oggi è sempre più l’esigenza di riconoscere pienamente la cittadinanza della famiglia: la famiglia come tale deve poter godere di un complesso di diritti-doveri propri, in quanto essa è una soggettività sociale sui generis e non una mera somma di diritti-doveri individuali. Conferire cittadinanza alla famiglia significa allora riconoscere politicamente e socialmente la rilevanza della sua soggettività per la dimensione pubblica del vivere comune.

Il principio di sussidiarietà tra famiglia e società consente di rispettare, sostenere e potenziare la famiglia nella sua propria soggettività sociale; funzione dello Stato, delle Regioni, dei Comuni, delle scuole, ecc., non è quella di assumere in sé e gestire le richieste (i bisogni sociali) delle famiglie come funzione pubblico/statuale, né residuarli ai singoli soggetti privati, ma è quello di essere garante, laddove è possibile, della loro realizzazione per il tramite delle stesse formazioni sociali che esprimono le esigenze di vita quotidiana. Tutto ciò presuppone nuove risorse, nuovi soggetti di politica sociale e nuove modalità di organizzazione dei servizi, non più intesi come meri strumenti delle politiche statali e dei servizi pubblici gestiti direttamente dallo Stato. Un servizio pubblico è infatti tale se influisce positivamente sul benessere della comunità: la sua pubblicità non deriva soltanto dal carattere pubblico o privato dell'ente o organismo che lo eroga. In tal senso occorre stabilire almeno i seguenti principi: 1) sono attori di politica e di servizi sociali tutti quegli attori pubblici, privati o di privato sociale (comprese le famiglie) che agiscono per il miglioramento del benessere complessivo di un gruppo sociale, di una comunità o della società; 2) la famiglia va intesa come soggetto fondamentale dei servizi primari di vita quotidiana; 3) occorre riorganizzare i servizi sociali mettendo in relazione, secondo i propri diritti e le proprie funzioni originarie, tutti i soggetti di politica sociale. L’attuazione di questi principi nella scuola genera quella che sinteticamente viene definita una "scuola della società civile", obiettivo da ricercare come primario per il bene comune.

Da Avvenire del 28 febbraio 2003

 

«L'impegno del governo merita apprezzamento ma dovrà essere verificato. Nonostante le assicurazioni, la finanziaria di quest'anno e la delega per la riforma fiscale sono estremamente carenti»

 

Il Forum plaude: rivedere le politiche sociali

 

 di Pier Luigi Fornari da Avvenire del 5 febbraio 2003

 

Il Forum delle associazioni familiari esprime «la più viva soddisfazione perché finalmente la famiglia viene posta al centro dell'azione politica e in particolare del ripensamento delle politiche sociali». È quanto ha detto ieri una delegazione del "Cartello" delle famiglie al ministro Roberto Maroni nel corso della presentazione del Libro Bianco sul Welfare.

«Se l'impegno che il governo intende assumere nei prossimi anni merita indubbio apprezzamento - rileva un comunicato del Forum - esso andrà verificato nei tempi e nella concreta definizione delle nuove linee di politica sociale a livello centrale, regionale e locale».
L'organizzazione che rappresenta tre milioni e mezzo di famiglie ha anche assicurato il proprio contributo allo sforzo del ministro di «sciogliere le ambiguità che da tempo caratterizzano la politica sociale italiana malata di assistenzialismo e che si occupa della famiglia solo in quanto povera e bisognosa e non in quanto autentica risorsa sulla quale vale la pena di investire».

La delegazione del Forum ha fatto notare a Maroni che gestire le politiche sociali «senza tener conto e non promuovendo la specificità e la reciprocità degli attori di quelle politiche» - tra i quali la famiglia svolge un ruolo primario - vuol dire rispondere esclusivamente a una preoccupazione di «tipo funzionalistico». In una parola: non ci può essere "governance" senza vera "sussidiarietà".

Per l'associazione di associazioni che tutela "la primaria cellula della società" «andrà inoltre definito e chiarito il concetto di famiglia ponendo dei limiti ai tentativi di allargarla a unioni o convivenze che con essa non hanno nulla a che spartire, così come il ministro ha più volte sostenuto». Il Forum chiede anche «una organica riflessione sull'identità e il ruolo dell'associazionismo familiare». In questo modo, infatti, si potrà «attivare e potenziare la possibilità per le famiglie di assolvere al loro irrinunciabile compito educativo e sociale». «L'associazionismo e quello familiare in particolare - afferma il Forum - rappresenta lo strumento imprescindibile per potenziare la soggettività delle famiglie, delle persone e dei gruppi sociali, e sarà necessaria una rivisitazione ed una migliore armonizzazione delle normative e degli interventi di settore».

Un primo banco di prova delle intenzioni manifestate dal governo secondo il "Cartello" delle famiglie «sarà l'elaborazione di un sistema fiscale più equo e rispettoso delle esigenze della famiglia di cui, nonostante le ripetute assicurazioni del governo, è estremamente carente la Finanziaria di quest'anno e la delega per la riforma fiscale». Infatti in un precedente documento il Forum aveva aveva sollecitato «una correzione della delega fiscale che allo stato contraddice palesemente il dettato costituzionale che prescrive la universalità della deduzione per i familiari a carico». La concentrazione delle deduzioni sui redditi bassi e medi, prevista da quel provvedimento, comporta la introduzione di un tetto di reddito a cui condizionare l'agevolazione: un meccanismo che, in un sistema a tassazione individuale come quello italiano, penalizza le famiglie numerose nei confonti dei single e quelle monoreddito nei confronti delle bireddito.

 

BENTORNATA FAMIGLIA

UNA SVOLTA CHE ESIGE CONCRETEZZA

 

di Marco Tarquinio

 

La svolta positiva c'è e si vede, gli "investimenti" per sostenerla, purtroppo, ancora non a sufficienza. Sono tutte qui, come spesso accade nel nostro Paese, le luci e le ombre del Libro Bianco sulla riforma dello Stato sociale presentato ieri dal ministro Maroni. E questo va tenuto in debito conto. Ma subito dopo bisogna aggiungere che, stavolta, le luci sono forti. E che appaiono anche ben indirizzate. A cominciare da quella accesa con la collocazione strategica della famiglia fondata sul matrimonio al centro del nuovo Welfare.


Una scelta che in qualunque altro grande Paese europeo apparirebbe scontata e che qui da noi pone termine, invece, ad anni e anni di incredibile, ostentata, disattenzione e rappresenta - in tempi di continua, contrapposta, invocazione della legalità costituzionale - un opportuno gesto di adesione e di rispetto verso lettera e spirito della Carta fondamentale della Repubblica.

L'impostazione del documento predisposto da l governo delinea, insomma, una risposta progettuale adeguata e coerente alla necessità di consolidare la rete di solidarietà che sorregge la società italiana. Una rete tessuta in gran parte col filo fornito dalle famiglie. Quelle stesse famiglie "tradizionali" che, secondo alcuni accaniti e ideologizzati teorici dell'effimero di coppia, avrebbero ormai esaurito la loro spinta propulsiva, mentre - dati alla mano - sono ancora e sempre il cuore e i muscoli del nostro corpo sociale. Tant'è, come è stato calcolato, che fronteggiano e ammortizzano infinite emergenze attraverso l'impressionante e insostituibile mole di 3 miliardi di ore di impegno gratuito.

Finora, cifre come quella appena citata sono state rimosse, ignorate, scartate, cancellate. Come se si trattasse di curiosità buone per polverose statistiche o per analisi sociologiche senza possibile eco e senza più attualità . Come se la mille volte annunciata rimodulazione del Welfare potesse e dovesse fare i conti anche con le più piccole realtà (e marginalità) e prescindere dalla "vecchia" famiglia o, tutt'al più, tollerarla appena.

La verità è che la famiglia italiana è stata fatta invecchiare precocemente, deliberatamente. Scaraventando, con lo sgambetto di aiuti risibili, sotto la soglia della povertà le giovani coppie che osavano mettere al mondo anche solo un figlio. Punendo con strutture di supporto spesso ostili (o addirittura inesistenti) le madri che lavorano. Penalizzando a suon di tasse, con insultante sordità anche rispetto ai richiami della Consulta, le famiglie in cui solo uno dei due coniugi lavora fuori casa. Arrivando, persino, a lasciare che un vero e proprio roveto di leggi e leggine - non solo fiscali - riservasse le sue spine alle famiglie regolari (e, magari, meno ricche e più semplici) e regalasse i suoi paradossali frutti - leggasi incentivi, spesso indiretti - alle convivenze senza regole (e, magari, tra persone più abbienti e meno disinformate della media). Una lunga ingiustizia, in fondo racchiusa in un solo dato: in Italia s'investe sulla famiglia e sui bambini solo un terzo di quanto si fa nel resto d'Europa.

Ora la svolta annunciata. Che merita consensi. E soprattutto politiche conseguenti.

 

da Avvenire del 5 febbraio 2003

 

 

 

 

RIFORME E SOCIETÀ

 

Maroni: la famiglia al centro del sistema

 

«Il nuovo impianto di protezione sociale partirà non dall'individuo o dal soggetto che
lavora, ma dalle unioni fondate sul matrimonio»

 

Intervista di Eugenio Faticante

 

Va di fretta Roberto Maroni, il ministro del Lavoro che ha appena presentato alle parti sociali e alla stampa il Libro Bianco sul Welfare. Proprio la fretta rappresenta, invece, l'ultima esigenza di un documento che, stando a quanto (poco) detto ieri, caratterizzerà l'intero sviluppo di questa legislatura. Fissando, per ora, un grosso punto fermo: la «centralità della famiglia fondata sul matrimonio».

 

Ministro, il Libro Bianco sul Lavoro fu subito tradotto in leggi. Questo sul Welfare ipotizza scenari a 10 anni. È solo un "libro dei sogni"?


È una prospettiva diversa. Pur essendo questo Libro Bianco il naturale proseguimento di quello di Marco Biagi nel voler ridisegnare il profilo della società italiana, da principio vuole essere soprattutto un contributo al dibattito. Vogliamo capire, dato lo sviluppo di una società incamminata per ora sulla via dell'invecchiamento, quali interventi è auspicabile che si facciano per garantire un livello adeguato d'assistenza pubblica.

 

Dove sta la novità?

 

Che si pone al centro del sistema di protezione sociale la famiglia, non più unicamente l'individuo e il soggetto che lavora. Una famiglia che è stata negli anni il maggiore ammortizzatore sociale, ma alla quale non è stato mai riconosciuto il suo valore economico.


Proprio questo ha attirato su di voi le critiche della Cgil.


La Cgil, della cui presenza all'incontro sono contento pur non avendo essa firmato il "Patto per l'Italia", sa benissimo che noi ci rifacciamo molto laicamente a quanto scritto nell'articolo 29 della Costituzione. È curioso che, dopo aver ricevuto continui richiami al rispetto della Costituzione che non staremmo rispettando su tanti argomenti, adesso ci si inviti a violarla su questo aspetto. Peraltro, non è che stiamo dicendo che altre forme di convivenza non debbano essere soggette a tutela.


Qual è, allora, il punto?


È che, anziché continuare a perderci in sterili discussioni ideologiche, basterebbe ammettere che la famiglia non l'abbiamo aiutata quasi per niente, tanto che circa il 12% dei nuclei è oggi in povertà. Finora è prevalso il concetto del sostegno da basare sullo stato di bisogno. Le condizioni economiche non possono essere però l'unico criterio. Prendiamo il Fisco: con un reddito di 30mila euro, nel 2001 una coppia con 2 figli pagava rispetto a una senza prole minori imposte dirette di oltre 3mila in Francia, oltre 6mila euro in Germania e appena 500 da noi.


Ma i princìpi della riforma fiscale all'esame delle Camere non seguono le indicazioni del Libro Bianco.


Era, all'epoca, prematuro. Ripeto: il nostro è un discorso proiettato negli anni a venire. Non dobbiamo limitarci a chiedere oggi al ministro dell'Economia solo qualche spicciolo. Nostro intento è avviare una grande discussione nel Paese su quali strumenti usare, avendo però ben chiara la direzione da prendere. Per le famiglie, ma pure per la grande questione dei non autosufficienti.


P er i nuovi strumenti servono però soldi, no?


Non possiamo farci condizionare adesso da un approccio troppo "tremontiano", per così dire. Non stiamo parlando di "misure-tampone" o di qualche emendamento. C'è buona parte della spesa pubblica per il sociale che probabilmente può essere impiegata meglio. O impiegata veramente, se penso che per gli assegni familiari a fronte di 10mila miliardi in lire di contributi versati, agli assegni ne sono destinati 3.800.


In che modo si può far meglio?


Penso a un maggior ruolo per il non profit e al coinvolgimento diretto delle imprese profit nel finanziamento di queste attività.


Almeno qualcosa si potrà fare già dal 2004. Dipendesse solo da lei, cosa sceglierebbe?


Che le persone con familiari gravemente disabili possano chiedere il part-time e dedicarsi ad assistere il congiunto, senza rinunciare ai contributi pensionistici "pieni" di cui si farà carico lo Stato. Vorrei poi finanziare, attraverso uno specifico fondo misto pubblico-privato, il progetto "Dopo di noi", per strutture destinate ai disabili gravi adulti dopo la morte dei loro genitori.

 

 

 

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