FAMIGLIA E LAVORO
Manager e biberon, alleanza possibile
Un nuovo patto tra problemi lavorativi e tempi ed
esigenze familiari, in una nuova prospettiva che coinvolga anche
associazionismo e welfare sociale È la proposta che emerge dal
tradizionale Rapporto Cisf: in futuro dovranno contare i risultati, non
il tempo trascorso in azienda.
Antonella Mariani da
Avvenire dell'8 novembre 2005
Più famiglia in
azienda. Anzi: un contratto di lavoro che recepisca il "tempo di
famiglia" dei propri impiegati, con un monte-ore flessibile in base alle
esigenze del lavoratore. Anche lo stipendio diventa variabile: si può
rinunciare a una parte di esso se in un ufficio c'è l'asilo nido, oppure
un accordo con una cooperativa che offre assistenza domiciliare ai
genitori anziani... Sogni a occhi aperti? In realtà, il "contratto
relazionale" è scritto, nero su bianco, a conclusione del ponderoso
lavoro del Centro internazionale studi famiglia (Cisf), che ogni due
anni fa il punto su un particolare aspetto della vita familiare in
Italia.
Quest'anno i riflettori si sono accesi sulle politiche di conciliazione
tra casa e lavoro e la diagnosi è piuttosto netta. Per ora l'Italia ha
seguito la "via europea", che tratta la conciliazione come un metodo per
accrescere i tassi di occupazione, in particolare quelli femminili, in
vista dell'obiettivo del 60 per cento di donne lavoratrici fissato dalla
Conferenza Ue di Lisbona entro il 2010. Un'ottica "lavoristica", dunque,
secondo il Cisf, che utilizza asili aziendali, accordi di part-time o di
job-sharing, orari flessibili, non tanto perché considera il suo
lavoratore come una persona inserita in un contesto familiare da
valorizzare, ma solo quando sono vantaggiosi per l'azienda, ad esempio
per "trattenere" la manodopera qualificata con un sistema di benefit
"sociali". Ed è un'ottica - nota ancora il Cisf - prevalentemente "al
femminile". Le politiche di conciliazione, infatti, in Italia sono
rivolte quasi sempre alla lavoratrice anziché alla totalità dei
lavoratori. Non è un caso che i congedi parentali previsti da una legge
del 2000 sia per l'uomo sia per la donna siano rimasti all'80 per cento
una richiesta femminile, e che il 17,3 per cento delle lavoratrici abbia
un contratto part-time contro l'8,4 per cento degli uomini. Il lavoro a
tempo parziale, oltretutto, è sì richiesto dalle donne nel 70 per cento
dei casi per poter (anche o esclusivamente) badare ai figli, ma provoca
una forma di "segregazione professionale" molto grave. «Sono strumenti
di conciliazione - continua Belletti - che precludono qualsiasi
aspirazione a una crescita professionale». Con risultati spesso opposti
a quelli che si prefiggono: i contratti a tempo parziale "incoraggiano"
la partecipazione femminile ma spesso generano disaffezione e abbandono.
Il Cisf analizza molte delle pratiche messe in atto in Italia in questi
ultimi anni (comprese le banche del tempo, i piani territoriali degli
orari, il lavoro intermittente, il telelavoro... ) e ne critica alcuni
aspetti, tra cui, appunto, il fatto che si tratti di misure rivolte
quasi esclusivamente alle donne e che siano legate a un'ottica
lavoristica «senza un'esplicita intenzionalità sussidiaria alla famiglia
come tale».
«Un approccio più radicale - osserva il sociologo Francesco Belletti,
direttore del Cisf e co-autore del Rapporto - consisterebbe nel
considerare la conciliazione come una questione di famiglia, cioè una
questione nella quale uomini e donne si sentono (e sono) ugualmente
coinvolti e nella quale si consideri non il singolo per sé (la donna) ma
l'insieme delle relazioni che strutturano il singolo e la società».
La ricetta messa a punto dal Cisf è quella che si legge nelle
conclusioni del ricco dossier: il sociologo Pierpaolo Donati ipotizza
"contratti di relazione" che recepiscano la variabile "tempo di
famiglia" e in cui «la remunerazione monetaria può essere resa
interscambiabile con servizi forniti dall'azienda o con il tempo della
famiglia. Si può rinunciare a una parte di remunerazione monetaria se si
può avere un valido servizio per i bambini o altri membri deboli della
famiglia». Secondo Donati questo contratto va inserito in un quadro di
sussidiarietà e di welfare locale e in un sistema aziendale orientato ai
risultati anziché al tempo trascorso in ufficio. Le aziende che
stipulano i "contratti di relazione" dovrebbero ottenere una
certificazione della loro qualità family-friendly e godere di
agevolazioni e incentivi statali. Più famiglia in azienda, più vantaggi
per tutti.