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Il «dopo di noi» a misura d'uomo

Dal privato sociale la risposta alle esigenze delle famiglie di progettare un domani sicuro e di qualità per i ragazzi con difficoltà

Da Milano Paolo Lambruschi
 

Il «dopo di noi» è il pensiero che angoscia il presente di 700 mila famiglie con un figlio affetto da una grave disabilità. «Perché gli anni passano per tutti. Noi siamo in due, ma quando non ce la faremo più dovremo pensare di metterlo in un istituto o altrimenti metterci in casa una persona che stia qui 24 ore su 24 per aiutarci a gestirlo. A queste cose non ci pensa nessuno, a chi interessano i problemi di una famiglia con un disabile?» Questa testimonianza, raccolta dal Cisf , il centro internazionale per gli studi sulla famiglia, in una ricerca presentata ieri a Milano, riflette il dramma nascosto di centinaia di migliaia di coppie italiane che si sentono sole.
Secondo l'indagine, intitolata «Interventi a favore dei disabili adulti, supporto alle famiglie e preparazione al "dopo di noi" in Lombardia», finanziata dalla Fondazione Cariplo. sono oltre 2.600.000 le persone disabili con più di sei anni di età che vivono in famiglia nel nostro Paese. Tra loro 700.000 adulti portatori di disabilità gravi per i quali, con l'innalzamento dell'età media, si pone sempre più il problema dell'invecchiamento e della morte dei genitori. «Spero che mio figlio muoia cinque minuti dopo di me. Altrimenti qualcuno, comunque, provvederà» confessa una mamma disperata ai ricercatori del Cisf. Ma, secondo lo studio, negli ultimi anni l'esperienza maturata dal privato sociale dimostra come il ricovero in istituto al momento dell'invecchiamento o della scomparsa dei genitori sia ormai inadeguato, soprattutto nei casi meno gravi. Le comunità sul modello familiare sono la risposta che le associazioni di genitori e volontari propongono per i propri congiunti con crescente successo, soprattutto in Lombardia, non solo per il futuro del disabile adulto, che comunque a 30 anni ha diritto di provare a vivere una vita autonoma fuori casa, cercando l'integrazione sociale. Ma la maggior parte dei genitori, raramente dispone di adeguata informazione e fatica a crearsi per tempo un progetto su misura.
«Il problema - spiega Francesco Belletti, direttore del Cisf - è aggravato dalla penuria di strutture dedicate al "dopo di noi", dai tagli ai servizi sociali, a volte da una scarsa sensibilità degli amministratori pubblici sul tema e, infine, da un quadro legislativo frammentato e in rapida evoluzione». Solo negli ultimi tre anni, infatti, il panorama dell'handicap è stato reso incerto per gli operatori e per i destinatari delle prestazioni dall'attuazione della nuova legge quadro sull'assistenza e dalla legge che introduce dal marzo scorso l'amministratore di sostegno. «Le famiglie - prosegue Belletti - dichiarano di sentirsi nell'occhio del ciclone fin dalla nascita del figlio disabile. Hanno dedicato tutte le loro energie a una persona, si sono spese per il suo inserimento scolastico e lavorativo, ma le risorse le spendono nell'oggi, non hanno tempo né le forze di pensare al suo futuro. Così tendono a chiudersi. Invece ai genitori serve una rete di supporto, famiglie e servizi alleati con cui progettare il dopo. Oggi in Lombardia, rileva la ricerca, li trovano solo nel volontariato, mentre vorrebbero anche dai comuni e dalle Asl riferimenti certi che garantiscano che i figli rimangano sul territorio, operatori affidabili che consentano qualità di cure e umanità dei servizi. Come in famiglia». Un'ultima, delicata questione riguarda la gestione delle risorse patrimoniali che le famiglie lasciano ai figli. «Non sempre - afferma Belletti - si fidano di realtà terze. Per questo le famiglie stanno individuando nuove soluzioni, come le fondazioni di partecipazione, che soddisfano la richiesta di gestione trasparente e garantiscono che i risparmi di una vita facciano vivere dignitosamente i loro figli».

 
 

 

    

     

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