INFANZIA A RISCHIO
Il sottosegretario Donaggio al meeting
dell’Aibi: «Capire presto quanti sono i minori negli istituti e come le
Regioni hanno usato i fondi»
Orfanotrofi da chiudere? In arrivo una proroga
Entro l’anno le vecchie strutture sarebbero dovute
scomparire, ma il fenomeno dell’infanzia assistita sfugge ancora a ogni
stima
Emanuela Zuccalà (da Avvenire del 31 agosto 2006)
Proroga in vista per la chiusura degli orfanotrofi italiani, fissata al
31 dicembre ma che probabilmente slitterà di mesi per la mancanza di
notizie certe e aggiornate sul fenomeno dell'infanzia assistita nelle
strutture di sapore ottocentesco. A ipotizzare il ritardo è Cecilia
Donaggio, sottosegretario alla Solidarietà sociale con delega
all'inclusione sociale, che comprende anche le tematiche dei minori
senza famiglia. Intervenendo al convegno internazionale "Senza figli
senza", organizzato a Bellaria (Rimini) dall'associazione Aibi (Amici
dei bambini), la rappresentante del governo (l'unica intervenuta, vista
l'assenza ingiustificata della Commissione per le adozioni
internazionali) ha annunciato che il 13 settembre farà il punto con la
Conferenza Stato-Regioni per capire quanti siano, in Italia, i minori
che ancora vivono negli istituti e quanti quelli che invece sono
ospitati nelle comunità e in famiglie affidatarie. E soprattutto
chiederà conto di come le Regioni abbiano investito i due milioni di
euro stanziati dal precedente governo per l'infanzia in difficoltà.
«Proporrò di recarmi personalmente nelle Regioni che contano ancora
molti bambini in istituto - ha assicurato Cecilia Donaggio - per
verificare l'attuazione della legge 149 sul diritto del minore a
crescere in famiglia». Secondo una stima provvisoria, sarebbero 144 gli
orfanotrofi rimasti in Italia, per la maggior parte in Sicilia,
Campania, Calabria e Puglia, con circa 1.700 giovani ospiti. «Ho sentito
di istituti che hanno cambiato la targa per accreditarsi come
case-famiglia - ha proseguito Donaggio - o di strutture vuote da tempo
ma che continuano a ricevere finanziamenti pubblici…».
Al convegno di Bellaria (una tre-giorni di testimonianze di figli e
genitori adottivi da 19 Paesi del mondo, oltre che di giovani dell'Est
europeo cresciuti in istituto), Aibi ha proposto una serie di linee
guida per riformare l'accoglienza dei minori, a cominciare da un
rilancio dell'affido familiare che i n Italia conta piccoli numeri.
«Perché non darlo in gestione alle associazioni non profit - ha detto
Marco Griffini, presidente di Aibi - come è accaduto nel campo delle
adozioni internazionali? I servizi sociali pubblici hanno già dimostrato
le loro inefficienze». Un'idea verso cui il sottosegretario Donaggio non
si dice contraria; se ne discuterà alla Conferenza sul volontariato, che
dopo anni di silenzio verrà riconvocata all'inizio del 2007.
Fra le proposte per riaffermare i diritti del minore, anche quella di
infrangere il "mito della famiglia d'origine": l'idea, cioè, che il
legame di sangue sia da salvaguardare a ogni costo, impedendo spesso ai
giudici di decretare in tempi ragionevoli l'adottabilità di un bambino,
che si ritrova così parcheggiato in istituto. «È vero, i tempi della
giustizia in questi casi sono allarmanti - ha ammesso Armando Rossini,
vicepresidente dell'Associazione nazionale magistrati minorili,
intervenuto al convegno - ma dipendono da tanti fattori. In grado
d'appello, per esempio, i giudici minorili finiscono per occuparsi anche
di altro, perdendo la propria specializzazione. Oltre a ridurre i tempi,
bisognerebbe prevedere sanzioni per chi non li rispetta».
Si è parlato infine dell'"avvocato del minore", un gratuito patrocinio
previsto dalla legge 149 del 2001 (quella che riforma adozioni e affido
in Italia) ma mai finanziato dal governo. Anzi: il fondo è stato di
recente rimandato di altri sei mesi.
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Le nuove frontiere dell'accoglienza
Oltre la crisi
dell'affido: le famiglie si mettono in rete
Perché non estendere la sussidiarietà che sta funzionando per
l’adozione?
Luciano Moia
La generosità è un requisito importante per far crescere e per educare
un figlio, ma non è sufficiente. L'avventura dell'educazione obbliga
ogni volta i genitori ad affrontare nuove emergenze, a ridiscutere
certezze, a rimettere in gioco quello che si pensava ormai consolidato.
Alla generosità devono quindi giungere in soccorso esperienza ed
elasticità mentale, sacrificio e capacità di adattamento. Un fatto
sembra assodato. Non si può educare «in solitaria». Per offrire senso e
speranza al futuro dei nostri bambini le forze pur generose ma isolate
di un padre e di una madre possono risultare inadeguate. È vero per i
figli naturali. Lo è ancora di più per quelli in adozione o in affido.
Il fallimento di troppi progetti di «genitorialità solidale» nasce
proprio da questo equivoco. Aver pensato cioè che uno slancio di grande
generosità della coppia potesse risultare sufficiente per risolvere i
tanti problemi connessi con l'educazione di un bambino in affido. Per le
famiglie mononucleari dei nostri giorni, in cui entrambi i genitori
lavorano e le risorse limitate non sempre permettono di accedere ad
aiuti esterni, le difficoltà legate all'affidamento si traducono
frequentemente in ostacoli insormontabili. Non è un mistero che dietro a
un bambino in difficoltà si intravvedano spesso situazioni di disagio:
alcolismo, droga, prostituzione, criminalità. La legge sull'affido
prevede che vengano mantenuti vivi i legami con le famiglie di origine,
anche in presenza di realtà molto difficili. Ma per il piccolo questa
situazione altalenante che lo tiene quasi in bilico tra un «paradiso»
non pienamente conquistato e un «inferno» mai del tutto abbandonato, è
motivo di penose sofferenze. Allo stesso modo per i «nuovi genitori»
appare sempre più difficile gestire questi intrecci complessi, dove
spesso sono richieste competenze quasi specialistiche. Da qui il calo
numerico degli affidi secondo il modello tradizionale. Sbagliato però
parlare di eclissi di generosità. Si tratta invece di una correzione di
rotta. Gli esperti che nei giorni scorsi si sono riuniti a Bellaria, al
convegno organizzato dall'Aibi, hanno sottolineato con favore la
crescita degli affidi in rete, promossi e gestiti da associazioni
familiari in grado di soccorrere le debolezze e i vuoti della famiglia,
accogliente ma isolata. A riprova che l'alleanza familiare, con tutte le
sue variabili virtuose, non solo contribuisce a consolidare le dinamiche
interne della coppia, ma offre opportunità significative per rimettere
in circolo energie preziose da destinare anche a scelte solidali. Le
esperienze positive di associazionismo familiare finalizzato all'affido
che vanno moltiplicandosi da Nord a Sud inducono anche a verificare
l'opportunità di ripensare la legge in vigore, coinvolgendo direttamente
le realtà del «privato sociale». Ci si chiede in sostanza: perché la
scelta della sussidiarietà che sta offrendo buoni frutti per l'adozione
gestita dagli enti autorizzati - pur con tutti i distinguo del caso -
non potrebbe funzionare anche per l'affido? In certi casi si tratterebbe
soltanto di sancire quello che di fatto già avviene in alcune realtà,
dove le associazioni sono direttamente coinvolte per valutare e
indirizzare alle varie famiglie in rete i bambini in difficoltà. In
fondo l'obiettivo è sempre quello. Trovare la modalità più semplice per
offrire finalmente il conforto e la stabilità di una famiglia a un
piccolo con il cuore segnato dalle sofferenze della disgregazione e
dell'abbandono.
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l'intervista
Griffini: «Si
doveva puntare sull'affido familiare invece si sta solo mirando a
riorganizzare gli istituti»
Il presidente di Amici dei Bambini: «Siamo ancora alle comunità
alloggio»
Dal Nostro Inviato A Bellaria Antonella Mariani
Si va verso la proroga della chiusura degli istituti. Cosa ne pensa
Marco Griffini, presidente di Amici dei bambini? «Non mi preoccupa la
proroga in sé. Mi preoccupa piuttosto il modo in cui si sta agendo. La
legge 149 afferma il diritto di ogni bambino a essere accolto in una
famiglia. Questo non è avvenuto. Non si è puntato sulla famiglia ma
sulla riorganizzazione degli istituti. Anno più, anno meno, il risultato
sarà solamente un miglioramento dell'assistenza. In Italia ci saranno
tante belle case famiglia e comunità alloggio, ma non sarà rispettato il
diritto del bambino ad avere una famiglia. E sui minori abbandonati
scenderà l'oblio.
Come giudica l'attuale spezzettamento delle competenze, con l'affido
familiare al ministero della Solidarietà sociale e l'adozione al
ministero della Famiglia?
Purtroppo è lo specchio di una visione culturale secondo la quale
l'adozione è un affare delle famiglie mentre l'affido appartiene alla
categoria dell'assistenza sociale. Le famiglie che si candidano
all'affido temporaneo sono considerate operatori sociali che erogano
assistenza e non nuclei affettivi che tengono vive relazioni
significative.
Aibi, d'intesa con il Forum delle famiglie di cui fa parte, chiede che
l'affido, così come accade con l'adozione, sia gestito dal tribunale e
dal privato no profit, bypassando quindi i servizi sociali. Perché?
Perché l'affido appartiene alle famiglie e le associazioni familiari
hanno dimostrato di saperlo gestire molto bene laddove i servizi sociali
gliene danno la possibilità.
L'affido familiare non cresce, anzi, è in crisi. A Milano in un anno ne
sono stati realizzati soltanto 10. Con la "privatizzazione" che voi
auspicate si potrebbe invertire la tendenza?
Sì. L'affido è in crisi perché le famiglie non si fidano dei servizi
sociali e le campagne istituzionali di promozione dell'affido servono a
poco. Al contrario, laddove esiste una rete di solidarietà, un tessuto
di mutuo aiuto, le famiglie si rendono disponibili all'accoglienza.
Eccome. A Napoli abbiamo aperto una casa famiglia e in un anno abbiamo
catalizzato 54 nuclei pronti a accogliere un minore in difficoltà. E poi
dicono che l'affido è in crisi...
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i numeri
In Italia sono 12.500 i minori «affidati»
Secondo l'Unicef sono 145 milioni i minori che nel mondo vivono al di
fuori della famiglia, negli istituti, in strada o in affido. In Italia i
dati restano fumosi, ma si stima che il totale si aggiri sui 30mila. La
legge 149 del 2001 - che ha riformato l'affido e l'adozione - chiedeva
la chiusura dei grandi istituti di accoglienza entro il 31 dicembre
2006, con la necessità quindi di sostenere le comunità di accoglienza
più piccole e soprattutto lo strumento dell'affido familiare.
Attualmente l'Istituto degli Innocenti di Firenze stima che dei 215
istituti attivi nel 2003 oggi ne restino 144, soprattutto nelle regioni
meridionali. In tutto vi sarebbero ospitati 1.700 minori (erano 2.633
nel 2003). Per contro è aumentato il numero delle strutture di
accoglienza di piccole dimensioni (case famiglia, comunità alloggio...):
sono 2.100 con 15 mila ospiti. L'affido familiare sta soffrendo qualche
difficoltà: i minori a tutt'oggi affidati a parenti oppure a famiglie
volontarie si aggirano intorno ai 12.500, con un incremento deludente
rispetto agli anni passati