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Genitori disorientati e figli perduti

MA LA FAMIGLIA NON E’ UN HOBBY

di GASPARE BARBIELLINI AMIDEI

Era il 1902, esattamente un secolo fa, quando processarono l’assassino di Maria Goretti, povera fanciulla di una società arcaica della palude pontina, che non volle cedere alla violenza. Morì, quella piccola santa della Chiesa cattolica romana, come è morta l’altro giorno Desirée Piovanelli, l’innocente figlia di una famiglia di testimoni di Geova della moderna Leno vicino a Brescia. È come se il mondo nel frattempo avesse vissuto mille anni. Ma non è cambiato il centro della scena: da una parte una ragazza indifesa, dall’altra parte la prepotenza maschile. In mezzo, famiglie in lutto. Il resto, la tv e il diluvio di analisi psicologiche e sociali, non deve impedire di cogliere il senso vero di questo delitto. Ci sono mostri in giro, e li abbiamo fabbricati noi. Non diamo la colpa alla società se alla porta accanto crescono giovani che possono tendere una mortale imboscata a una compagna di giochi. È anche giuridicamente scorretto colpevolizzare oggi le famiglie degli indagati. Ma è razionalmente appropriato colpevolizzare in generale il modo in cui molti di noi, fuori dal cono di luce della cronaca, vivono il mestiere di genitore, che è il più difficile dei lavori moderni. Non possiamo sorprenderci quando i nostri figli ci tradiscono, perché c’è un antefatto collettivo per le singole brutte notizie. La progressiva decerebrazione dei branchi e la loro impossibilità evidente a distinguere fra l’universo virtuale e la gravità reale dei loro gesti, sono state costruite a tavolino dall’immaturo possesso di denaro, di cellulari e di macchinette varie.
C’è troppo poco tempo per stare con i figli, si sente dire. E si spiega che lavoro e pendolarismo restringono gli spazi della reale convivenza in famiglia. Ma il time-budget dell’italiano medio smentisce questa giustificazione. Le ore dedicate alla cura del corpo e allo svago aumentano, non è vero che gli adulti restano a casa per troppo poco tempo, è piuttosto vero che stanno troppo poco con i figli in case con tre o quattro televisori, due o tre telefoni. In una stanza un padre naviga al computer e cerca gente lontana con cui "chattare", in un’altra il figlio manda scheletrici Sms dal suo cellulare. Lo so che ci sono tante famiglie assai diverse da questo quadro impressionante, ma sono forse una minoranza. Fossero anche maggioranza, rimane una minoranza folta che crea situazioni pericolose. Senza scandalo, senza chiasso e in una frequente tonalità perbene, i ragazzi sono accompagnati verso l’emancipazione anagrafica con una pedagogia non adeguata alle difficoltà attuali. È vero, i mass-media non aiutano e l’esempio del circo televisivo è pessimo. È vero, la "dissonanza cognitiva" nella sfera pubblica, cioè la sconfortante differenza fra il predicare bene e il razzolare male di coloro che contano è una costante diseducazione. Ma il nocciolo della responsabilità è individuale e molto spesso familiare. Genitori immaturi e impreparati si disorientano al primo ostacolo, cercando subito un aiuto. Veniamo da decenni di incertezze e di contraddizioni nella pedagogia e nelle ideologie che la determinarono, con il continuo rifiuto di una evidenza, cioè il fatto che il permissivismo non paga e la bulimia sociale nei consumi voluttuari offerti agli adolescenti frastorna la loro crescita. La valutazione degli apprendimenti nella scuola e in casa non può essere più scissa dalla valutazione dei comportamenti dei ragazzi. Senza una bocciatura per la condotta inaccettabile si creano studenti falliti e cittadini a futuro rischio proprio e altrui. Un ragazzo può fare violenza a se stesso (con la droga) o violenza a un coetaneo (con il delitto). Ma noi adulti facciamo violenza a lui, quando non riusciamo a fargli intendere che la vita non è un gioco. E che non tutto è reversibile dentro la vita. Chiedere perdono non fa resuscitare le vittime.

 da Il Corriere della Sera 11 ottobre 2002

 

 
 

 

    

     

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