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  «Sono un padre e ricordo mio papà, ne ho bisogno per vivere e per esercitare, a mia volta, l’essenziale funzione di padre»

Alla ricerca del padre

Vanno distinti i termini del generare e della paternità
Diventare genitore è aiutare a crescere. In questa società i ragazzi non chiedono oggetti, e nemmeno la voce di una segreteria telefonica ma una presenza


da Avvenire del 27 gennaio 2004 di Vittorino Andreoli

Sono padre e mi porto un padre dentro di me. Ne ho bisogno per vivere e per esercitare, a mia volta, la funzione di padre. Lui non c'è più, eppure è dentro di me. E finché era in vita mi parlava sempre di suo padre. Anche lui faceva il papà nel ricordo del proprio padre.
È un errore separare troppo, nelle «funzioni» della vita quotidiana, tra padri e figli, come se essere padre non fosse compatibile con la funzione di figlio e come se un figlio non dovesse immaginarsi nelle vesti future di padre: piccolo padre che cresce pur nelle vesti di figlio. E che si prepara a diventarlo, ad essere a sua volta padre, anche quando il suo non ci sarà più.
Se cerco dentro di me la dimensione del mio essere padre, ritrovo, anzi subito mi incontro con mio padre, il quale mi fa sentire figlio, pur se devo ammettere di essere un figlio divenuto padre. E sento che avere mio padre dentro di me, mi aiuta a fare a mia volta il padre e forse ho bisogno di un padre per esserlo fortemente. Lo ripeto, lui, mio padre parlava del proprio padre e questi ancora di suo padre, il quale si distanzia nel tempo da me, pur rimanendo noi inscindibilmente legati nel succedersi delle generazioni familiari.

La giostra dell'esistenza
Il padre serve a vivere, ed essere padre aiuta i figli a vivere e a diventare padri. Nel viaggio dentro di me, certo rivedo subito i volti dei miei figli, quel loro bisogno di me e nello stesso tempo quella voglia di fare senza di me, poiché un padre insegna anche ai figli a farsi padri, per poi fare a loro volta figli. In questa giostra dell'esistenza, mi piace perdermi nella percezione di essere padre, mescolandola con il sorriso di mio padre, che mi porto dentro assieme alle sue fatiche. Mi sento padre incontrandolo come figlio.
Credo sia utile tenere distinti i due termini, genitore e padre, anche se nella nostra lingua e nell'uso comune, questa distinzione non risalta. Il genitore è colui che genera, che fa un figlio e oggi sappiamo che questo sco po lo si raggiunge con un atto d'amore, ma persino con un gesto di violenza, qualora venga espropriato un ventre di donna. Sono portato a pensare che il generare si leghi ad un'esperienza di piacere, all'intensità di un orgasmo, ad un vissuto dunque straordinario, in cui un uomo e una donna diventano altro, una trasfigurazione mentre sono legati insieme senza distinzione. Ma so che non è sempre così, talvolta si è genitori nella violenza, e con il dolore, provocando dolore. Nel depositare quel seme e nella congiunzione di questo con un uovo di donna, nasce la storia di una vita. Generare è questione di un attimo, di un gesto, di un atto di legame d'amore, ma anche di una ginnastica d'organi che presto si spegne.
In questa distinzione, un genitore non è padre, nel senso che non lo è ancora. La paternità è un'acquisizione progressiva, una conquista che si esprime nella relazione con chi è stato generato. E si può diventare padre persino di un figlio che non si è generato. Se l'essere genitore dipende da quella congiunzione, essere padre significa invece conquistare e espletare un ruolo e farlo con continuità, con determinati presupposti e coerenza. La paternità è una conquista.
In altre parole, un genitore non è automaticamente padre, ma lo deve diventare, e per farlo deve agire e agire in una certa maniera. Ognuno da genitore deve diventare padre attraverso una metamorfosi ben più grande di quella che da bambino, attraverso la crescita, uno diventa adolescente.

L'adozione, così straordinaria
Temo che il mondo d'oggi sia pieno di genitori, ma pochi siano i padri. È bello però sapere anche che tutti possono avere un padre, pur non conoscendo il proprio genitore. E l'adozione, che nel suo significato profondo è un istituto straordinario, ne è un esempio. Chi non ha generato non pensi per questo di essersi tolto dal circuito della paternità: c'è così bisogno di padri che sono chiamati a esserlo anche coloro che non generano.
E mi piace pensare alla figur a di chi ha la denominazione di "padre", proprio avendo rinunciato ad un legame per generare. Chiamare "padre" il curato della mia infanzia era bellissimo. Proprio perché non aveva generato, poteva essere padre di quei giovani che andavano all'ombra del campanile per giocare e per sognare una vita di cielo. Potenzialmente padre di tutti perché non ha generato nessuno. Come il monaco: monos sta per solo, solo non per misantropia ma per poter andare verso tutti. La grandezza cioè non sta nel generare, ma nel diventare padri. Il gesto del generare è un meccanismo automatico e la natura ci ha condotto a farlo non diversamente da altre specie viventi, non è così invece per la paternità.
Mi interrogo allora se io sia davvero padre e se lo sia in maniera compiuta. No, non lo sono, se mi confronto con quel padre che mi porto addosso; e non lo sono neppure se mi misuro con il padre che vorrei essere: quella figura ideale che si piazza come un'ombra vicino a quella che ho storicizzato, e la fa impallidire. Io continuo a "studiare" per fare il padre. Per questa mia dimensione, sono in crescita.
Nel capitolo dell'antropologia che racconta lo sviluppo delle relazioni e quindi dei legami sociali, si nota che la scoperta della genitorialità è stata molto tarda. Mentre la genitrice è di conoscenza immediata poiché partorisce il proprio bambino, quella maschile è mediata. E letta nei termini di causa ed effetto, tra gesto generante e nascita, vi è una distanza di nove mesi, la cui sequenza non è certo stato facile per l'uomo capire. È accaduto inizialmente presso un'etnia, quella dei Natufiani, vissuta circa diecimila anni fa in Mesopotamia. Eravamo all'inizio dello sviluppo dell'agricoltura e quindi di una cultura che da nomade (fondata sulla caccia e sulla pastorizia) diventava stanziale con la coltivazione della terra, e dunque non solo con la raccolta di prodotti spontanei. In quel periodo nasce anche la casa nel significato attuale, come luogo stabile che passa d a una generazione all'altra e quindi deve via via possedere caratteristiche di maggiore resistenza. In questo periodo si identificano i prodotti agricoli, i frutti della terra seminati e raccolti.
È per intenderci il periodo delle "bionde messi" e di una vera rivoluzione rispetto alla pastorizia; quindi al vagare con i greggi seguendone i pascoli. In una lettura puramente umana, questa è la cornice del dramma tra Caino e Abele. Caino offre al Signore le bionde messi, Abele invece un pingue agnello e Dio gradisce questa offerta, quasi non cogliesse il significato della novità. Caino era il primogenito che, così, perde il suo ruolo di capo rispetto ai fratelli.
In questa nuova organizzazione sociale di tipo stanziale, con la possibilità di una contiguità concreta, e dunque di un'osservazione più attenta, si scopre che a generare è quell'uomo che si è unito con la donna e così si svela che il generare si coniuga anche al maschile. Si tratta di una scoperta straordinaria poiché sconvolgerà l'assetto precedente, fondato completamente sulla donna. Era la donna a dare la linearità e l'aggancio tra una generazione e l'altra. L'uomo legava la propria significatività solo attraverso lo zio (lo zio materno) a cui la madre faceva riferimento per un aiuto e per la difesa: il fratello di lei e dunque a lei legato. Questa cultura obbligava a inserire il nuovo nato esclusivamente con la storia della madre e di restare identificato al nucleo di lei. Presso i Natufiani si fa questa straordinaria scoperta, e da allora il ruolo del genitore maschio si impone e i genitori sono due, un uomo e una donna.
In precedenza la nascita era un evento "spirituale". E quella dottrina è ancora presente, in varia forma e completezza, negli animismi diffusi in Africa e soprattutto in Nuova Guinea. Ad entrare nel ventre della donna è lo spirito e per poter generare - funzione la più importante nelle società cosiddette primitive - occorre che la donna sia "amata" dallo spirito e che lo attragga e p er questo sovente giace con il ventre aperto e dunque lasciando la porta spalancata a riceverlo. Pratiche distruttive come la clitoridectomia e la infibulazione, che consistono nell'asportazione di parte della vulva, hanno questa recondita origine: aprire le porte agli spiriti. Durante la mia permanenza in Africa, andavo negli "ospedali" della sterilità e vedevo donne tristi invocare l'arrivo degli spiriti passando giorni in quella posizione di accoglienza e di attesa, sottoposte a pratiche manipolatorie per favorirne l'esito.
Con questa scoperta, nasce dunque la coppia e a generare sono entrambi i genitori. Il genitore è necessario per nascere, il padre è indispensabile per vivere. Il padre o un padre. Come guida, come riferimento, come sicurezza. E oggi il mondo è zeppo di insidie, anche se la foresta mitologica, piena di serpenti e ragni, è diventata la città. I serpenti hanno volto umano e i nemici talora sorridono. A differenza dei ragni, non avvelenano ma prima rompono un bambino e godono nel distruggerlo. La nostra è una società in cui ci sono i pedofili, ci sono gli sfruttatori di bambini che li usano per fare denaro, per l'elemosina o per la prostituzione, per il lavoro nero. Bambini che nemmeno hanno conosciuto il gioco e la gioia di stare al mondo, che non vedono mai il mondo bambino, ma quello fatto di cannibali. La foresta della malvagità umana.
C'è bisogno di un padre, di un padre che ti guardi e ti sorrida e ti dica: «ci sono io, non aver paura». E non importa se anch'egli ha paura e se poi deve rivolgersi al padre che porta dentro di sé. C'è bisogno di un padre che ti sostenga, che ti dia coraggio. E notare che si può fare coraggio agli altri pur avendo paura. Il padre che porto dentro di me, calpestava la terra con la leggerezza di chi teme di disturbare, eppure sapeva infondere il coraggio, poiché egli stesso lo cercava. E oggi per vivere occorre tanto coraggio. E senza padre è facile perdersi.

Le richieste dei figli
Una società, la nostra, senza padre, con il padre assente, con il padre che fabbrica denaro, oggetti del benessere. Seppellisce i figli di oggetti, riempie la loro bocca di slogan perché non possano gridare che hanno bisogno di lui, non delle sue rappresentazioni, non dei suoi simboli sostitutivi. Vogliono un padre magari ammaccato, non una moto nuova. Il suo sorriso, non il rumore di una play station. Un padre per vivere, un padre per crescere, un padre per diventare padre. Serve anche quando non è richiesto e serve soprattutto quando è mandato via. Il silenzio chiede talora di esserci, senza una motivazione esplicita ma perché è essenziale, per tutto.
Anche un padre morto serve a vivere, e io ormai sono pieno di morti. Il tempo che ho davanti si riduce, quello che appartiene al passato si allunga e arriva alla mia infanzia. Anche il padre ha bisogno di un padre. Il mio è morto, ma è ugualmente straordinario. Lo bacio ogni mattina sull'immagine posta sul comò e da dove mi sorride. È strano perché lo vedo più giovane di me, anzi è morto più giovane di me, ma è mio padre.
Suggerisco a tutti i padri assenti di cercare i loro figli, ma di incontrare anche il loro padre e magari di andare al cimitero e cercarlo tra le pietre, fredde. Sotto quella terra c'è una vita, la vita del proprio padre e con lui, con lui nella testa, si riprende a fare il padre dei propri figli. La richiesta sta in quel pa pa. Pa-pa. Papà.
Un rumore, un richiamo, un suono che è diventato parola, parola vuota. Svuotata da una società in cui esistono gli oggetti, la droga, il televisore, l'abbigliamento ricercato, il piercing… Ma tutti gradirebbero un padre al loro posto. Chiamano il papà e ricevono dieci euro. Gridano papà e risponde una segreteria telefonica: «Il numero da lei richiesto al momento non risponde, potrebbe essere disattivato». Un papà disattivato è peggio di un papà morto, perché i morti hanno tempo da dedicare, sono nel nulla, nell'eterno, e in queste dimensioni non esistono agende di appunt amenti, aerei che stanno per partire. Amanti da accontentare, esercizi per generare e mai per fare i padri.

Un ruolo sempre più difficile
Ci sono dei genitori con grandi organi del comunicare e con poca considerazione per l'amore. Ecco cosa chiede quel pa-pà. Li mandano dallo psicologo, da quello più bravo. Loro chiedono il padre, e il papà li manda dall'esperto.
Eppure, che bello essere padre. Anche se sei angosciato, se hai paura, anche se vorresti piangere e pensi di non essere un buon esempio. Fare il papà significa prima di tutto essere un uomo che vuole aiutare un altro a diventare uomo. Uomo è sostantivo: potente, ricco, bello, di successo, sono tutti aggettivi. Talora sono inutili alla paternità, talora sono negativi. Tutto acquista sapore se rientra nell'essere padre. Amano più generare, il gioco per farlo, che diventare padri, e anzi per non diventarlo mai, fingono anche di generare e ormai cercano buchi sterili e magari ammazzano anticipatamente, mine uterine, in modo che se qualcosa si muove, salta per aria.
Vorrei essere un padre compiuto e invece non lo sono, un padre migliore e invece non lo sono. Ma mai rinuncerei ad esserlo. Talora chiedo aiuto ai miei figli: aiutami a essere migliore. E talora mi sorridono, talora mi consolano, talora mi sembra che abbiano capito che il padre non è un burattino di piombo o un pupo di pezza, ma un uomo. E un uomo è fragile sempre, anche quando si sente circondato dal potere e può disporne come i tiranni. I tiranni non sono padri. Avranno i bottoni del comando e delle sorti del mondo, ma non sanno tirare le corde del legame paterno.

 

 
 

 

    

     

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