Figli, slalom tra gli ostacoli
di Luca Pasquale
Ci sono situazioni della vita in cui cinque
minuti diventano interminabili e non si trova nulla che valga la pena di
fare nell’attesa.
Se i minuti sono quelli che occorrono per la
risposta ad un test di gravidanza, allora rientriamo in questo caso: in
attesa di una notizia che può cambiare la vita il tempo passa lentamente
mentre la macchinetta del test lavora per preparare la reazione.
“Sì” potrebbe essere la risposta del test “c’è
una vita che sta crescendo dentro di te. Siamo già alla terza settimana”.
Occupiamoci, per oggi, di quelle mamme felici
della risposta positiva. Tutti i sondaggi che si sono occupati del desiderio
di un figlio e l’effettiva maternità e paternità hanno dato come risultato
che i figli messi al mondo sono di meno rispetto a quelli desiderati.
Quindi la diminuzione delle culle in Italia
non viene prevalentemente da una mentalità egoistica delle coppie che non
vogliono figli, ma da una difficoltà che impedisce di mettere in pratica il
desiderio. Ecco allora perché è ingiusto far pesare la denatalità sulle
coppie. E’ la società intera che va chiamata in causa.
Primo fra tutti metterei il mondo del lavoro.
In Italia il lavoro femminile rappresenta il maggiore ostacolo alla
maternità.
Le leggi sono decisamente a favore della
tutela della maternità. Eppure la mentalità corrente considera la mamma sul
lavoro come inaffidabile, costosa, da tenere al margine. Così il lavoro per
le mamme il più delle volte perde ogni possibile connotazione positiva.
“Flessibilità” è un termine ambiguo che va a vantaggio delle aziende e non
certo del lavoratore. Resta un sogno anche l’idea di lasciare il lavoro con
buone possibilità di trovarne un altro quando i figli saranno cresciuti.
Questo negli altri Paesi d’Europa non accade. Il part-time, modello di
lavoro adatto a chi vuole crescere i propri figli dedicando loro tempo ed
attenzione viene concesso con difficoltà. Ci auguriamo anche che il
telelavoro diventi finalmente una realtà diffusa.
Parallelo al mondo del lavoro abbiamo quello
dei servizi per la prima infanzia. Nonostante la buona volontà e la ricerca
di soluzioni da parte di enti locali e privati, a Roma abbiamo ben 7000
bimbi esclusi dai nidi comunali. L’alternativa per loro sono i nidi privati
(a 500 euro al mese), i nonni (per chi li ha e disposti a tenere il piccolo)
o le baby-sitter, confidando nella loro competenza ed affidabilità. Le nuove
soluzioni, ovvero le tate a domicilio e i nidi aziendali, sono proposte che
hanno forti limiti.
E’ evidente che la società, la politica e gli
enti locali non hanno colto il cambiamento avvenuto negli ultimi venti anni:
oggi le donne che lavorano sono la grande maggioranza, le casalinghe sono
sempre di meno.
Pazienza poi se le spese aumentano e gli aiuti
offerti dalle istituzioni pubbliche sono previsti solo per chi è sotto un
certo reddito. (In altri Paesi della UE il sostegno alle famiglie che
crescono i figli viene dato comunque a tutti e in misura maggiore per i non
abbienti).
Stiamo già parlando del bambino come se fosse
già nato. Torniamo indietro. Eravamo rimasti alla mamma che ha scoperto di
aspettare un figlio. Le consiglieranno un bravo ginecologo ma si prepari: se
a Roma siamo abituati a fare le file, a rinunciare alle cose perché i posti
sono esauriti, sappia che questo potrebbe capitarle anche mentre avrà le
doglie. L’ospedale presso il quale ha effettuato le visite, dove lavora il
suo medico di fiducia, dove ha seguito il corso di preparazione potrebbe non
avere posto e la sbatterà altrove. Ma se vuol esser sicura di trovare un
letto la soluzione c’è: scelga il ricovero a pagamento.
Coraggio mamma, se potesse, la macchinetta del
test ti farebbe questo augurio: se sei al primo figlio, coraggio, se sei al
secondo sei già coraggiosa: hai sperimentato la distanza della società dalle
tue necessità, la scontentezza sul lavoro e, con tutto questo non hai detto,
come fanno otto donne su dieci dopo il primo bimbo (la media è ottimistica):
mai più un figlio.
da Avvenire Roma Sette del 25 maggio
2003
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