Perché un altro padre non soffra

Ti svegli la mattina e ci metti solo un attimo per ricordarti che tuo figlio non c'è più. Il sonno riesce a portarmi l'illusione di una vita diversa, dove le cose che accadono non sono mai così brutte come è invece la realtà.

Quando corsi in ospedale perché mio figlio aveva avuto un incidente con il motorino, avevo tutto il terrore che può sentire dentro di sé un genitore, ma anche l'inconscia illusione che un ragazzo di diciannove anni non potesse morire. Certamente, immaginavo, non sarebbe mai potuto accadere prima a lui che a me o, ancora meno, prima a lui e a me che a mio padre, ottantenovenne ancora in vita e in salute. All'ospedale mi informano, con una umanità che debbo riconoscere e apprezzare, che per mio figlio non c'era nulla che potessero fare. Nulla. E se lo porto all'estero? In America? Nulla.

"Permetterebbe di donare gli organi di suo figlio?" Mi chiedono.

Immaginatevi un padre che la mattina era uscito di casa, aveva lavorato tutto il giorno, pensato alla riunione di condominio del giorno prima, alla schedina da giocare con i colleghi, si era innervosito nel traffico, aveva messo la benzina, comprato - rientrando a casa - il latte della Centrale, aveva cenato guardando la Zingara e il telegiornale e poi, improvvisamente, alle due e cinquantasette, in piedi in un corridoio di un ospedale di Roma, ha davanti un uomo con il camice bianco slacciato sul davanti, una sigaretta spenta in mano, che gli rivolge questa domanda: "Permetterebbe di donare gli organi di suo figlio?"

Evito di pensare a mio figlio come ad un corpo. Ogni volta che questo pensiero, senza che io lo voglia, mi si illumina improvvisamente nell'immaginazione, mi sento di perdere un anno di vita. Non vado mai al cimitero, non sopporto l'idea che là ci sia mio figlio.

Da due anni mi consola soltanto leggere il racconto che i vangeli fanno della Resurrezione di Gesù. Allora così posso immaginare mio figlio: preso per mano dal Signore, rialzato ed illuminato di quella luce che non è possibile avere finché si vive qui nella miseria terrena.

Il sacerdote dell'ospedale che ha celebrato il funerale di mio figlio mi ha consigliato di fare un pellegrinaggio in Terrasanta. "La aiuterà, ha aiutato tanti genitori come lei, vada a Gerusalemme, sul luogo della Resurrezione".

"Perché mai? Forse troverò mio figlio a Gerusalemme?" Due anni dopo vado. Fino a quel momento credevo alla Pasqua come alla festa delle uova piene di sorprese stupidaggini, e soprattutto dell'abbacchio. Toccare la pietra che ha ospitato il corpo del Figlio di Dio è stata per me un'esperienza straordinaria. Che tomba è questa? E' un luogo straordinario, dove tutto finalmente parla della vita eterna. Mi è bastato andare là una volta per portare dentro di me una speranza che mi fa sopportare il dolore di ogni giorno. Le mie giornate sono buie, ma sapere che in fondo in fondo, impercettibile e spesso invisibile si trova una luce, è per me il motivo per alzarmi ogni mattina dopo che il macigno della realtà mi si è manifestato nuovamente dopo l'illusione del sonno.

"Permetterebbe di donare?" Sì, ho permesso donare, mia moglie ha avuto solo la forza di dire di sì anche lei. Ho deciso di donare perché non voglio che un altro padre possa vivere quello che sto vivendo io. Ad un'altra madre, in un altro angolo del mondo è stato risparmiato lo strazio che abbiamo vissuto noi e la desolazione più nera che possono vivere due genitori senza più il loro figlio.

Gianni

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