L'Istat: se la
tendenza fosse confermata a fine anno si arriverà a quota 3,2 per cento di
bebè in più
2003,
l'Italia cambia rotta
le donne tornano a fare figli
Più culle, ma la "ripresa" è tutta nelle regioni
settentrionali Dal 1995, l'anno nero, i parti sono saliti del 2,3 per
cento
di MARIA STELLA
CONTE
ROMA
- Era da un po' che ci si girava intorno. Che si spiavano i numeri - anno
dopo anno, decimale dopo decimale - per capire se quel + davanti alle
nascite fosse pura casualità o il segno di un lento ma importante
mutamento di tendenza. Oggi, otto anni dopo il 1995 che segnò il massimo
declino della natalità italiana, le cifre ci dicono che qualcosa sta
davvero cambiando. Nascono più bambini. Il 9 per cento in più a Torino e
provincia nei primi due mesi del 2003 rispetto a primi due del 2002; il 14
a Como, il 10 a Sondrio, il 13 a Lodi e Reggio Emilia, il 19 a Savona; più
14 per cento a Ravenna, più 20 a Grosseto, più 12 a L'Aquila... Il Sud no.
Il Sud va per conto suo e prosegue una discesa che lo avvicina - per tassi
di fecondità e nascite - sempre più al Nord, storicamente meno prolifico:
meno 4 per cento di nati nel primo bimestre di quest'anno, rispetto al
precedente, a Benevento; meno 1 a Napoli, meno 5 a Foggia, meno 4 a
Taranto, meno 8 a Prato, meno 12 a Ragusa...
Eppure - dicono le percentuali elaborate dall'Istat - il saldo resta
positivo e i conti di quest'anno - commenta Valerio Terra Abrami,
direttore per le Statistiche sulle istituzioni sociali - "pur essendo solo
un'anticipazione delle tendenze in atto, confermano una ripresa della
fecondità, una ripresina la chiamo io, iniziata da qualche anno e che
riguarda il CentroNord: si tratta di piccoli numeri; tuttavia andamento
costante e progressione ci autorizzano a parlare per la prima volta di
possibili nuovi scenari. E' come se ci trovassimo di fronte ad un altro
film rispetto a quello che ci scorreva davanti un decennio fa quando
pensavamo: buonanotte, qui siamo e resteremo il lumicino d'Europa".
Dal 1995 al 2002 le nascite sono aumentate nel Paese del 2,3 per cento e
se non ci saranno sorprese, i demografi stimano che alla fine del 2003, si
arriverà a quota 3,2; il tasso di fecondità (numero medio di figli per
donna) è passato da 1,18 a 1,26. Con le solite differenze: nello stesso
periodo, 1995-2002, difatti, mentre il Nord-Ovest registra un aumento di
nascite del 12,2 per cento, del 17,4 il Nord-Est e del 9 il Centro; Sud ed
Isole totalizzano un meno 11 per cento.
"E' una forbice che si sta chiudendo - spiega Terra Abrami - Il Sud
continua ad avere un tasso di fecondità maggiore e un maggior numero
complessivo di nascite ma si viaggia verso il livellamento dei due valori.
E' possibile che il Meridione stia passando ora la fase già vissuta dal
Settentrione, quando la fecondità scese in picchiata fino a un figlio per
donna e, in alcuni casi, addirittura sotto, come per l'Emilia Romagna.
Questo ci può far ipotizzare che su un così deciso aumento delle nascite
in alcune regioni, abbia giocato un effetto recupero; dall'altra ci può
far supporre che tra qualche tempo il Sud seguirà il Nord in questa
ripresa".
Più occupazione (anche se a tempo determinato); più servizi; un più
tranquillizzante assetto sociale. Dietro la nuova spinta riproduttiva del
Nord - dice Terra Abrami - c'è anche questo: condizioni di vita
oggettivamente migliori. La mappa della natalità italiana propone una
geografia del Paese "alla quale le politiche sociali dovrebbero prestare
attenzione perché quello che ci arriva è un segnale di incoraggiamento che
dice: siamo disposti a fare figli, ma a certe condizioni, come qualcosa
che scegliamo non che ci capita".
Nel 1965, l'anno del baby boom, il tasso di fecondità del Nord-Ovest era
2,30, del 2,42 nel Nord-Est e del 2,35 al Centro; il Sud stava a 3,33
figli per donna. Nel 2000: 1,17 Nord-Ovest, 1,20 Nord-Est, 1,15 Centro e
1,36 al Sud. Un'operazione di "convergenza" che i demografi giudicano non
ancora finita.
C'è da chiedersi cosa sarebbe successo se il Meridione non avesse
cominciato a fare meno figli, se non avesse iniziato un gioco al ribasso.
"Prendendo come base i nati nel Sud nel 1995 e ipotizzando costante quel
valore - risponde Giancarlo Gualtieri ricercatore dell'Istat e
responsabile dell'indagine sulle nascite - potremmo dire che oggi, senza
il crollo del meridione, avremmo un aumento delle nascite di circa il 7,11
per cento a fronte del reale 2,3, e che il tasso di fecondità sarebbe pari
a 1,5 figli per donna, il che ci avrebbe portato sopra l'attuale media
europea".
Bisogna dire che tra i tanti fattori che hanno contribuito a far
registrare nel Nord il maggiore aumento di nascite, c'è anche la presenza
delle donne immigrate. "Incrociando i dati, si vede che circa un 20 per
cento dell'aumento di natalità nel Settentrione si deve a loro - sostiene
Gualtieri - una presenza consistente soprattutto in alcune regioni e che
si riflette sensibilmente sui tassi di fecondità". Se non ci saranno
improvvisi dirottamenti nel 2004 forse Sud, Centro e Nord si troveranno
allineati sullo stesso sky line della riproduzione. Improvvisamente
vicini. Proprio per questo, più lontani.
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Parla Adele Menniti autrice di un'indagine su 1500
donne "Non c'è garanzia sul futuro, e non è un problema di soldi"
Il sogno
delle ragazze: diventare madre
a 25 anni
ROMA
- Un figlio a 25 anni. Un figlio prima, non dopo. Quando si ha davvero
davanti ancora tutta la vita e non sono necessari depistaggi che ingannino
l'orologio biologico, e non si avverte la bruciante stretta dei conti alla
rovescia. Nell'Italia che timidamente ricomincia a fare bambini, la
maggior parte delle donne ha un sogno: avere il primo figlio tra i 25 e i
27 anni; un sogno che magari potrebbe diventare la prossima frontiera, il
nuovo colpo di scena, di un Paese dove in media oggi si diventa mamme a 30
anni. Età record in Europa.
Un'indagine dell'Osservatorio italiano sulle aspettative di fecondità
dell'"Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali" del
Cnr, tratteggia un mondo di desideri femminili che mai come ora, sembra
lontano da quello reale. Diventare madri prima dei 30 anni; avere due
figli; non escluderne tre.
"Dietro questo desiderio c'è forse la sensazione di poter affrontare con
minor fatica i compiti di cura del bimbo - spiega Adele Menniti, autrice
dell'indagine che ha coinvolto un campione di 1.500 donne in coppia, tra i
20 e i 39 anni, su tutto il territorio nazionale - Essere più giovani, del
resto, significa avere più energie, essere più pronte al sacrificio, alla
rinuncia e avere quella elasticità psicofisica che richiedono i piccoli".
A cosa si deve uno stacco tanto grande tra desiderio e realtà?
"Alle paure, alle ansie rispetto ad un futuro che appare incerto quanto a
stabilità economica, a garanzie occupazionali, a tessuto sociale. Un senso
di incertezza che non coinvolge solo la vita di lui o di lei, ma che fa
chiedere alle donne: e poi cosa accadrà ai miei figli? Questa sensazione
di disagio agisce diversamente a secondo del tipo di coppia, del posto che
si occupa, del livello economico. Ma in ogni caso, sono questi timori a
non fare realizzare la dimensione familiare di 2 o 3 figli che pure le
donne italiane vorrebbero".
Più figli e prima: questo desiderio può essere l'anticamera di un reale
cambiamento?
"Se guardiamo ai desideri, direi di sì. Ma se parliamo dei problemi
concreti, devo rispondere no. Siamo un Paese nel quale solo il 2 per cento
di donne in coppia non desidera avere figli. Eppure abbiamo una politica
di sostegno alla maternità carente. Cosa significa, ad esempio, dare mille
euro a chi fa il secondo figlio quando non bastano neppure a pagare i
pannolini? Fare figli non è solo un problema di soldi; e quando lo è, non
sono certo mille euro a cambiarti la vita".
Ritiene che le nuove generazioni risentano dell'esperienza delle donne
che hanno posticipato la maternità e che oggi tratteggiano un bilancio non
così positivo?
"Non credo che il trasferimento delle esperienze giochi qui un ruolo
particolare. Le donne si sono trovate costrette a posticipare la maternità
perché i 25 anni erano e sono oggettivamente un'età "affollata": si
finiscono gli studi, si cerca un lavoro, una casa, si collauda il legame
con un partner. La storia dei rinvii comincia così".
Un tempo però il "rinvio" della prima maternità veniva teorizzato e
difeso. Oggi, a quanto sembra, non più.
"Sì, non più. Solo che i desideri da soli non bastano. Vanno sostenuti".
(m. s. c.)
La repubblica 10 ottobre 2003