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oggi in primo piano per la
vita in famiglia
La maternità? Un trionfo L'ultima parola di Oriana
di Marina Corradi da Avvenire del 18 settembre 2006
«Mi pesa, sì, mi pesa non lasciare almeno un figlio, quando morirò. Ed è per
questo che ai miei libri mi riferisco sempre con la parola bambini. Il mio
bambino, i miei bambini. Ma i miei bambini sono bambini di carta».
Nell'intervista inedita concessa da Oriana Fallaci a Lucia Annunziata e
pubblicata ieri dalla Stampa, c'è il rimpianto non consolabile di quel
«bambino mai nato», perso prima che nascesse, cui la Fallaci dedicò un libro
in forma di lettera, doloroso e intenso. Ma, della lunga intervista, le
trenta righe dedicate alla maternità sembrano voler esclamare la meraviglia
di poter dare la vita, ciò che pure la Fallaci non aveva compiuto col suo
corpo. Il simbolo della bellezza femminile, dice, per lei non è la Venere di
Milo, ma una donna incinta: «C'è qualcosa di potente, di trionfante, di
ineguagliabilmente bello in una donna che porta con sé un'altra vita». E
quel "portare", che da decenni da molte donne è dipinto come onere, fatica,
catena di millenaria sudditanza da cui legittimamente liberarsi per
rivendicare la propria autonomia, nelle parole della Fallaci viene detto
"privilegio".
«Il privilegio di tenerlo nel proprio ventre, di nutrirlo col
proprio sangue, di custodire la responsabilità della sua venuta al mondo è
tutto femminile», dice. In bocca a una donna cresciuta nella Resistenza, a
un'atea - benché, come si definì lei stessa ultimamente, "atea cristiana" -
sono parole che non dovrebbero passare inosservate. Negli stessi anni in cui
altre predicavano la liberazione dalla maternità, e un'autorealizzazione che
pareva praticabile solo attraverso il lavoro quando ci si fosse tolto il
peso ancestrale del procreare, Oriana Fallaci andava convincendosi che quel
"portare" era invece privilegio. Non un dovere infausto, né, come si dice
adesso, "diritto" da pretendere con ogni mezzo; ma "privilegio", che è, per
una non credente, la parola più simile a "dono" pronunciabile. Perché, dice
la Fallaci, «quando hai messo al mondo un altro essere non muori quando
muori, perché attraverso quell'essere che è fatto della tua carne e del tuo
sangue tu continui a vivere».
C'è l'ansia per cui gli uomini nei millenni hanno desiderato una
discendenza, c'è l'eco della malinconia di Abramo e Sara in queste parole.
Certo, i cristiani sanno che la paternità non è solo quella del sangue, e
che è stato loro promesso di rinascere in Cristo. Ma gli uomini, la carne
degli uomini e delle donne da sempre cerca un figlio, per non morire del
tutto, per non scomparire nel buio, come confessa l'"atea" Fallaci. Ed è
così struggente in questa sorta di testamento la meraviglia di fronte alla
capacità di mettere al mondo un uomo, così commossa la gratitudine per
questo "privilegio" dato alle donne, che pure a lei era stato negato. Così
sincera l'amarezza di una giornalista reduce da ogni successo e ogni
"realizzazione" nel parlare, vecchia, dei suoi «bambini di carta», che
definisce una «ben povera illusione di maternità» (mentre Simone de Beauvoir,
grande madre del femminismo, diceva: o si fanno libri, o si fanno figli,
teorizzando quasi, per le donne "pensanti", il dover liberarsi da quell'onere
oscuro).
Una che non è riuscita a esser madre, che non era credente,
parla alle nuove figlie di un orgoglio di cui non sanno. Quella pienezza,
quell'ebbrezza che è nel pensare che metterai al mondo un uomo. Quel
sentirsi, nel cogliere il bambino che scalcia impaziente di luce nel ventre,
viva due volte. Come intuiva la Fallaci nell'incedere inconsapevolmente
fiero delle gestanti per strada: «Le uniche donne - confessa con umiltà -
che invidio».
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