LA SOCIOLOGIA DELLA FAMIGLIA: LE SUE ORIGINI ED
I SUOI PRINCIPALI APPROCCI PEDAGOGICO.
CULTURALI
di GIUSEPPE BRIENZA
Introduzione. Le origini della sociologia della famiglia.
La famiglia compare nella riflessione sociologica fin dalle sue proprie origini. Tutte le maggiori teorie in cui si è manifestato il pensiero sociologico hanno infatti avuto nell’analisi della famiglia il loro "momento della verità". Questo nel senso di dire che da ciò che i sociologi hanno scritto e detto a proposito del nucleo familiare, da ciò è stato ed è solitamente possibile dedurre la consistenza scientifica e/o la validità culturale delle rispettive loro teorie generali.4
La sociologia della famiglia nasce prevalentemente nell’area euro-occidentale, proprio durante il periodo in cui la prima industrializzazione iniziava a mettere in crisi la stabilità dell’istituto familiare, nonché i tradizionali suoi valori e modi di vita. Achille Ardigò, che è stato il primo in Italia a dare un fondamento scientifico-accademico alla riflessione sociologica sulla famiglia, pone all’origine di questa disciplina e riflessione teorica quattro autori della seconda metà del 1800. Si tratta di due studiosi tedeschi e due appartenenti all’area culturale anglosassone vale a dire Johann Bachofen, Friedrich Engels, Henry Summer Maine, e Lewis A. Morgan, le cui rispettive opere principali di riferimento si collocano fra il 1861 ed il 18882. Del francese Frédéric Le Play, teorizzatore dell’approccio "istituzionale" alla famiglia ed autore, fin dal 1871 de L’organisation de la famille nonché, quattro anni più tardi (insieme a F. Cheysson), de L’origine de la famille, quindi, Ardigò, non parla se non in maniera marginalissima. In maggiore considerazione il sociologo francese è invece tenuto nell’altro, fondamentale manuale italiano Lineamenti di sociologia della famiglia di Pierpaolo Donati.
Ad avviso di chi scrive, è proprio al fondatore della scuola "istituzionale", nonché della "Società internazionale di studi pratici di economia sociale" (1856), che ci si deve riferire per poter rinvenire la reale origine e gli essenziali modelli interpretativi dell’analisi sociologica (o, almeno, di una certa analisi sociologica) sulla famiglia.
1. La nascita del dibattito sociologico sulla famiglia in Italia: la riflessione marxista.
Se la nascita degli studi sulla famiglia si ha in Europa continentale e nell’area anglosassone proprio nel momento della sua mesa in crisi (in seguito, cioè, ai processi di urbanizzazione ed industrializzazione o, in senso più lato, di "modernizzazione" sociale), non v’è da stupirsi che in Italia le origini della disciplina si collochino intorno alla metà degli anni Sessanta. Nel periodo, cioè, in cui, con la posticipazione tipica che solitamente avviene nel nostro come negli altri Paesi mediterranei e latini, si iniziano ad avvertire i fenomeni e le rispettive conseguenze sociali, e relative degenerazioni dei "progressi" originanatisi nel nord Europa e negli Stati Uniti con molti decenni di anticipo.
Il filone culturale che fa da "apripista" riguardo al dibattito socio-politico sulla famiglia nel nostro Paese è quello marxista. Quindi, dei quattro autori (e dei relativi modelli interpretativi) che Ardigò pone a fondamento delta sociologia della famiglia, in Italia, l’unico che "feconda" (almeno in un primo momento) studi e riflessioni e quello engelsiano.
Il dibattito scientifico e culturale sulla famiglia nel nostro Paese nasce così concentrandosi sul "futuro" di essa, da intendersi tale espressione nel senso delle modalità e dei tempi relativi atta sua prossima dissoluzione o "superamento" di fronte all’evolversi inarrestabile e "progressivo" delle moderne strutture socio-economiche. In questi termini sostanzialmente ci si espresse nel seminario organizzato a Roma, nel 1964, dall’Istituto Gramsci, in collaborazione con la sezione culturale e con la sezione femminile del PCI, intitolato "Considerazioni sul rapporto famiglia-società nell’analisi marxista". Secondo il relatore iniziale di questo convegno, Umberto Cerroni (autore in seguito dello spesso citato in quegli anni "Il rapporto uomo-donna nella civiltà borghese"; Ed. Riuniti, Roma 1975), "il dissolversi delle funzioni della famiglia come comunità domestica di allevamento, sostentamento ed educazione... fonderebbe i rapporti familiari non più sul terreno della vinco/azione coercitiva del diritto.., ma sul libero svolgimento affettivo. Unico elemento determinante delle relazioni di sesso diverrebbe l’effettivo consenso così come unico elemento determinante della valutazione sociale dei rapporti tra padre e figli diverrebbe la effettiva generazione Tale citazione coglie pienamente la linea successiva delle correnti politico-culturali "progressiste"; teorizzanti la disintegrazione dell’istituzione familiare, sia attraverso la riduzione della famiglia al rapporto consensuale interindividuale (convivenza non matrimoniale, per allora ipotizzata solo di carattere eterosessuale) sia con la mera paternità biologica assunta tout court come paternità sociale (eliminazione delle distinzioni giuridiche fra filiazione legittima e "naturale").
2. Il filone culturale d’ispirazione cattolica nell’ambito degli studi sociali sulla famiglia.
In risposta al filone sociologico marxiano, che avrà negli anni Settanta molta diffusione, (Marzio Barbagli, Laura Balbo, Chiara Saraceno), sorge una scuola di pensiero che, pur "facendo i conti" con le categorie marxiste (quindi non rigettate radicalmente) le confuta sostanzialmente. Si tratta del filone "cattolico-democratico" nella sociologia della famiglia, che è inaugurato dal primo manuale che, tematicamente, nel nostro Paese si dedica a questa disciplina, vale a dire Elementi di sociologia della famiglia e dell’educazione di Achille Ardigò (1966). Per la stessa casa editrice (La Scuola di Brescia) esce, a pochi anni di distanza, Comunità familiare e società civile (1970) dell’altro "caposcuola" di questo filone culturale, Giorgio Campanini.
Abbiamo parlato finora di una disciplina che nasce quasi "per reazione" a certi fenomeni di carattere socio-culturale ma, come segnala anche Ardigò, nel 1964, si ha una "riapertura" in Italia del dibattito culturale-scientifico sul futuro della famiglia. In concomitanza con le politiche familiari del fascismo, infatti, ha luogo un dibattito, non solo di stampo propagandistico, ma che, in alcuni casi, è anche in grado di evidenziare riflessioni di valore ispirate al magistero tradizionale della Chiesa, in chiave talvolta persino di critica rispetto alle dinamiche ed ai modelli familiari presupposti dai provvedimenti legislativi e dalle tesi esposte dai principali esponenti "ufficiali" del Regime. In tale contesto desidero soprattutto segnalare l’opera di uno studioso, Ferdinando Loffredo, autore nel 1938 di un corposo volume, il primo (almeno in Italia) nel suo genere, intitolato Politica della famiglia. In tale studio, pubblicato da Bompiani, egli non solo esponeva sistematicamente principi cari alla dottrina sociale cattolica, come quello di sussidiarietà applicato alle politiche per la famiglia, e soprattutto quello del "salario familiare"; ma avanzava altresì la proposta di una "Carta della famiglia". Loffredo continuerà ad esporre le sue tesi anche nel dopoguerra, con vari testi di carattere socio assistenziale (fra cui spicca La protezione sociale del cittadino, CISIS, Roma 1962) e collaborerà anche per il giornate ufficiale diretto alla formazione dei leader dell’Azione Cattolica, Verso le mete.
3. L ‘analisi della famiglia: "approcci" anziché "teorie"
Nei decenni successivi all’avvio della sociologia della famiglia nel nostro Paese, si sono moltiplicati gli autori e gli studi che, man mano, cercheremo di riferire alle varie scuole sociologiche, i cui criteri fondamentali sono stati però elaborati quasi tutti prevalentemente al di fuori dei confini nazionali.
Alcuni dei grandi schemi concettuali che vengono utilizzati per l’analisi della famiglia, sono derivati dalle teorie sociologiche più generali (è per esempio il caso degli approcci marxista e funzionalista), altri derivano invece da elaborazioni autonome nello specifico campo di studi familiare (è questo il caso dell’"approccio dello sviluppo"; "interazionista" e delle "teorie dello scambio").
Tranne che per chi propende per l’universalità, naturalità e quindi l’immodificabilità sostanziale dell’identità e del ruolo della famiglia nella vita degli uomini e nelle società (scuola "istituzionale"), "se è possibile e utile raggiungere un consenso su singole proposizioni, ci si deve invece guardare dal pensare che una Grande Teoria unificata possa da,- conto del fenomeno famiglia". Per tale motivo, nell’esposizione che segue, parleremo di "approcci" alla famiglia anziché di "teorie" dato che la famiglia costituisce secondo molti uno dei fenomeni sociali meno "afferrabili" in base agli schemi (spesso deterministici) che gli scienziati moderni vorrebbero sempre utilizzare ed applicano a tutte le realtà socialmente osservabili.
4. L ‘approccio "istituzionale" fondante la sociologia della famiglia, e la sua scarsa influenza nel dibattito italiano.
L’approccio "istituzionale" risulta purtroppo quasi inesistente nell’ambito della riflessione dei sociologi della famiglia italiani.
Scarsa influenza hanno sempre avuto gli studi di Le Play nell’ambito accademico, sebbene un certo ritorno temporaneo di interesse verso gli stessi si sia avuto con la pubblicazione del saggio di Ulderico Bernardi, "Famiglia e sviluppo sociale nelle opere di F. Le Play’, pubblicato nel 1981 dalla casa editrice cattolica Jaca Book (Milano 1981).
Anche la riflessione sociale del laicato cattolico ha nel nostro Paese come altrove (tranne rari e minoritari esempi), per lo più abbandonato, negli ultimi decenni, le tematiche e la terminologia di cui si faceva in qualche modo "eco" la scuola istituzionale. Ad esempio, dopo aver dedicato la V (1910) e la XIII (1926) delle "Settimane Sociali dei Cattolici Italiani" rispettivamente a "Problemi della famiglia e della cultura" ed a "La famiglia cristiana", l’ultimo momento di riflessione collettivo su questi temi e con le categoria tradizionali risale alla XXVII Settimana di Pisa, intitolata "Famiglie di oggi e trasformazioni’ (sett. 1954);
Maggiore considerazione delle linee concettuali ed interpretative della scuola "istituzionale" vi è sempre stata invece fra i demografi italiani, vedi ad esempio Nora Federici ("Procreazione, famiglia, lavoro della donna, Loescher, Firenze 1984) o Giuseppe A. Micheli ("L’albero giusto" in "La famiglia italiana. Vecchi e nuovi percorsi", a cura di V. Melchiorre, San Paolo Cinisello B. Mi 2000).
Passando dagli ambienti accademici ad altre tipologie di strutture culturali agenti ed operanti nel nostro Paese, negli ultimi anni, una certa attenzione verso i principi informatori e gli esiti politico-sociali dell’approccio istituzionale (anche se ciò non è sempre consapevolmente avvertito), si è avuto in alcuni settori giovanili dell’ambito politico, nonché nell’ambiente dell’associazionismo familiare nel quale, descrivendo le criticità ed i possibili scenari di una eventuale politica familiare, si assumono i modelli interpretativi e si adotta in larga parte la terminologia della scuola istituzionale.
Per quanto riguarda il primo aspetto ci si può riferire al documento elaborato dal gruppo di lavoro organizzato nell’ambito del 20 Meeting nazionale giovanile di Vallombrosa (giugno 1998), promosso dall’Istituto di cultura politica "Osservatorio parlamentare" intitolato "Flessibilità e incisività delle politiche per la famiglia", (Aelle, Roma 1998). Per quanto concerne invece la produzione culturale proveniente dall’ambito delle associazioni familiari, segnalerei il documento intitolato "Politiche familiari" del Sindacato delle famiglie, elaborato nel 1999.
5. I contenuti essenziali della scuola ‘"istituzionale"
Innanzitutto la famiglia presa in considerazione da Le Play è la "famiglia-ceppo" (famille-souche), vale a dire quella in cui convivono sotto lo stesso tetto tre o quattro generazioni. Realtà da non considerarsi del tutto superata allorquando si osservi come, nelle ultime generazioni di coppie sposate, risultino in crescita quei modelli di convivenza che l’ISTAT ha definito di "autonomia nella vicinanza". Si tratta della scelta di giovani famiglie italiane di abitare a pochissima distanza rispetto ai propri nuclei familiari di origine.
La famiglia, nell’approccio istituzionale, è considerata come "cellula della società" (concezione organica), vale a dire come quella microsocietà che riproduce le fondamenta della macrosocietà. L’approccio istituzionale considera quindi la famiglia essenzialmente come un’"istituzione sociale" (pertanto, com’è evidente, il riferimento al matrimonio è imprescindibile), vale a dire come un gruppo sociale che deve avere una precisa struttura normativa pubblicamente sanzionata. Altro pilastro della scuola istituzionale consiste nel fatto che, pur prendendo atto dei mutamenti storici delle strutture e funzioni assolte dall’organizzazione familiare, esso considera tali cambiamenti come trasformazioni "secondarie’; nel senso che esse non possono annullare il permanente carattere multifunzionale della famiglia. La famiglia nucleare è, quindi, un gruppo primario universale, caratterizzato dalla residenza comune, dalla cooperazione e dalla procreazione. Per quanto la tesi della universalità sia stata ideologicamente contestata, essa non ha ricevuto finora sostanziali smentite sul piano empirico: i pochi casi di realtà sociali in cui non esiste famiglia nucleare (come i Nayar nell’India del Sud e la tribù degli Ashanti in Africa), risultano infatti situazioni atipiche che non corrispondono a vere e proprie società, autonome a tutti gli effetti. Ciò conferma la tesi secondo la quale una società, per essere tale e capace di sopravvivenza, non può fare a meno della famiglia nucleare.
Gli studiosi che rappresentano l’approccio istituzionale sono contraddistinti da un particolare atteggiamento realistico che li porta ad enfatizzare i caratteri storicamente già dati della famiglia. Questa valorizzazione del passato ha fatto parlare, fin dagli anni ‘60, di una "eclissi"; o di una "anacronisticità" dell’approccio istituzionale ma, come afferma, J. Sirjamaki nella sua monografia dedicata appunto a tale scuola, "l’eclisse dell’approccio istituzionale è più apparente che reale"’.
6. L ‘approccio "struttural-funzionalista’
Questa scuola sociologica, che ha come capofila il sociologo statunitense Talcott Parsons, inizia ad assumere una certa influenza nel nostro Paese a partire dalla seconda metà degli anni ‘50, allorquando vengono tradotte per la prima volta le sue opere in italiano. A tale Autore sono debitori sia gli Ardigò ed i Campanini, sia le successive generazioni di sociologi, sempre di matrice cattolico-democratica, che vanno da Giovanni Battista Sgritta a Donati (ed alla scuola da quest’ultimo inaugurata che va da Paola Di Nicola a Giovanna Rossi a Riccardo Prandinì).
Parsons è apprezzato da questi studiosi perché, a differenza di molti suoi predecessori, non sposa la tesi dell’inesorabile decadenza della famiglia nella società industriale. Secondo la sua visione, anzi, la famiglia nucleare accrescerebbe la sua importanza proprio nella società moderna. Ciò, in ogni modo, "specializzandosi"; vale a dire divenendo, nella sua interna struttura, "funzionale" alla società più vasta in cui è inserita, come la più importante agenzia di socializzazione e di "latenza" (vale a dire "rifugio" e stabilizzazione psicologica per l’individuo). "E’ stato indubbiamente Parsons l’autore che —afferma Maurizio Bonolis in un suo recente saggio — più di tutti, ha cercato di restituire la definizione del rapporto famiglia-società ad un assetto concettuale più positivo, nel quale gli estremi definitori della modernizzazione del sistema sociale trovassero una soluzione di alta compatibilità funzionale con un modello tutto sommato stabile (per gli attori come per il sistema sociale) di famiglia. Parsons ha perseguito tale disegno argomentando la massima adeguatezza della struttura della famiglia nucleare alle dinamiche Socio-economiche della industrializzazione
Generalmente si considera che, "a monte" della scuola struttural-funzionalista vi siano i presupposti fondamentali dell’approccio istituzionale, tanto che, per quanto riguarda le versioni di quest’ultimo successive a Le Play (Carie Zimmerman, G. Murdock), "spesso non è facile distinguere fra studiosi appartenenti all’uno o all’altro approccio concettuale".
Si deve rilevare però, ad avviso di chi scrive, come la scuola funzionalista si distingua radicalmente da quella istituzionale innanzitutto perché in essa l’unità di analisi non è più l’istituzione (cioè una micro-società empirica, biologicamente ed eticamente fondata), ma il "sistema sociale famiglia", concepito analiticamente come struttura di status-ruoli e di aspettative complementari, con funzioni specializzate, "delegate" dalla società definita come sistema societario globale. In questo schema la famiglia è posta in Condizioni di subordinazione accentuata rispetto a tutti gli altri sottosistemi, nonostante formalmente si parli di "interscambi". Riguardo ai rapporti con la comunità, infatti, la famiglia dà partecipazione ed adesione in cambio dell’aiuto e dell’identità che la società stessa le offre, accettandone però, nel contempo, conformisticamente i valori. Esito, quest’ultimo, inevitabile con il passaggio della famiglia patriarcale estesa a quella nucleare (o "coniugale") realizzatosi con il procedere dell’industrialesimo e dell’urbanesimo. Nell’attuale fase post-industriale e postmoderna, si assiste invece a quello che io definirei il "terzo stadio" verso la dissoluzione della famiglia. Con ciò intendo dire che, dopo la disgregazione della famiglia estesa realizzatasi dopo le "rivoluzioni industriali" (primo stadio), si è passati dalla famiglia coniugale isolata e succube nella società di massa (secondo stadio) fino a giungere all’attuale "coppia instabile" postmoderna configuratasi in seguito alla diffusione di massa del divorzio, sino alla tendenza a prescindere dal matrimonio come evento fondativo familiare tanto nell’ambito delle politiche sociali, quanto del dibattito mass-mediatico e culturale.
La scuola struttural-funzionallsta è pienamente scuola "del secondo stadio", che assume cioè, e positivamente valuta, la famiglia nucleare come suo oggetto di analisi (ulteriore aspetto, quest’ultimo, che la differenzia dall’approccio istituzionale). Recente critica alla teorizzazione esclusiva ed assoluta (almeno in Italia) della famiglia coniugale moderna e stata esposta da Corrado Pontalti nella prolusione al Convegno, organizzato dal Consultorio familiare di Bologna nel 1992, intitolato "Famiglia nucleare, famiglia estesa". Il prof. Pontalti ha osservato come "Le società tradizionali, impropriamente dette primitive, si possono meglio chiamare conservative, perché conservano una sostanziale stabilità tra le generazioni nel modo di pensare il mondo e di pensare se stesse e fondano la loro organizzazione sociale, il loro sistema simbolico di pensiero ed il loro sistema religioso sopra la concezione di parentela... una serie di fattori, tra cui l’industrializzazione, la post-industrializzazione, alcune grosse correnti migratorie del dopoguerra... hanno gettato le condizioni per cui la cellula di riferimento diventasse molto più piccola... negli anni ‘50 è nato così il termine di famiglia nucleare parallelamente alle necessità di studiare le forme che via via la struttura familiare tendeva ad assumere... il punto cruciale che desumo dal mio lavoro di clinico è che, sullo sfondo di tutte queste trasformazioni, la rete di base rimane immodificata... non dobbiamo spaventarci se le forme della famiglia cambiano, cioè se quello che la cultura chiama famiglia assume configurazioni diverse nel tempo, perché in realtà la forma non va a modificare la sostanza del mondo familiare. Oggi abbiamo la sensazione che dopo la guerra si sia allentato moltissimo il legame con le reti di parentela, ma a ben guardare vedremo che in realtà il fenomeno della rete con la famiglia allargata è rimasto fortissimo, in Italia in modo particolare".
I modelli pedagogici cui si rifà Parsons sono altresì molto distanti da quelli tradizionali, fatti propri dal modello istituzionale. La maggior permissività e tolleranza nel controllo dei comportamenti dei figli piccoli da parte dei genitori, nonché l’anticipata emancipazione dei giovani dalla famiglia paterna, in cui consiste lo "spostamento nei ruoli delle generazioni" teorizzato da Parsone, non costituisce infatti, secondo il sociologo statunitense, segno di declino dell’autorità genitoriale, bensì "un nuovo modo di guidare il bambino, anziché forzano, verso più atti livelli di crescita". Questo nuovo modo, meglio adatto secondo Parsons a formare un cittadino che operi in situazioni sempre più complesse, richiederebbe un’attenzione a favorire l’indipendenza relativa e l’autonomia del ragazzo, nel quadro di una direzione psicologica e disciplinare "permissiva", verso un anticipato sforzo di realizzazione della personalità del figlio, senza la guida di specifici modelli di ruoli dei genitori.
7. L ‘approccio "dello scambio"
La scuola struttural-funzionalista lasciava aperto, fra gli altri, un problema particolarmente rilevante nella società modernizzante. Il modello familiare teorizzato da essa come normale e prevalente, veniva considerato fondante la propria solidarietà sul principio della cosiddetta "conformità dì ruolo". Diversi autori nord americani ritenendo insufficiente lo schema funzionalista, per lo meno laddove aveva come suo fondamento un (secondo loro "inesplicabile") "consenso sui valori", hanno cominciato, a partire dagli anni ‘70, a fornire teorie alternative rispetto a quella parsonsiana, proponendo che le strutture familiari e parentali debbano essere comprese come espressione di forme ristrette o allargate di "scambio sociale". G. Homans, Gary S. Becker ed altri partivano, nel giungere a tali esiti teorici, dal presupposto secondo il quale il comportamento dell’uomo, anche nella famiglia, vada compreso in relazione ai suoi bisogni primari ed ai processi sociali messi in atto per soddisfarli, attraverso scambi basati sulla reciproca utilità dei partecipanti. Per essi, quindi il comportamento familiare doveva essere analizzato alla stregua di un agire volto alla ricerca di ricompense (gratiflcazioni, sanzioni positive ecc.) prevalentemente individuali e strumentali.
In questa concezione della "famiglia-mercato" (accentuato orientamento economicista), si arriva a sostenere che nella famiglia non ci sono motivazioni al rapporto con gli altri diverse da quelle che si manifestano e si affermano in tutte le altre sfere della vita sociale.
Suoi pilastri interpretativi quindi: il matrimonio inteso come "atto di scambio sociale", tutta la vita coniugale affrontata come "un affare"; e le sue motivazioni considerate sempre e comunque necessariamente orientate al "vantaggio" personale.
Questa scuola coglie perfettamente quelle tendenze che potremmo chiamare "mercificanti" della razionalità occidentale, ed ha quindi avuto grande influenza (non tanto in Italia, a dire il vero), sia come impostazione concettuale che come quadro d’interpretazione dei risultati empirici in ambito socio-familiare. Si deve prendere atto, a dire il vero, come le ragioni dei conflitti coniugali nel mondo occidentale, sono attualmente, molto spesso dovute a mancati "adempimenti di ruolo" nelle reciproche prestazioni, prevalentemente riguardo agli aspetti economici della vita.
8. L’approccio "interazionista"
Questo tipo di approccio è sempre più largamente utilizzato nell’ambito della sociologia della famiglia. In esso la famiglia viene semplicisticamente considerata come una unità di persone interagenti, senza riguardo nell’analisi ai vincoli legali o "istituzionali"; e senza neanche privilegiare alcuna particolare dimensione (per esempio economica) nell’ambito della vita coniugale.
La maggior parte degli interazionisti minimizza l’importanza delle strutture sociali, concentrandosi piuttosto sugli atteggiamenti-comportamenti dei membri individuali. In questo senso viene completamente ignorata l’unità organica del nucleo familiare come "istituzione". Piuttosto che tentare di trattare sistematicamente le relazioni tra la famiglia e i sistemi sociali esterni, si affronta la vita familiare dal punto di vista dell’"adattamento reciproco" e della felicità degli individui coinvolti. Ciò caratterizza quest’approccio per un’assoluta mancanza di schemi concettuali di tipo aprioristico, ciò che avviene per il tramite di una eccessiva enfatizzazione sui fattori soggettivi-soggettivistici.
Tra i primi contributi specifici di applicazione di questa teoria generale alla famiglia, va certamente ricordata l’opera di Ernst W. Burgess e H. ]. Locke sulla famiglia "cameratesca" (companionship)7. La tesi centrale di questi autori è che la famiglia, nel corso del processo di modernizzazione si trasformi da istituzione, con comportamenti controllati dal costume, dall’opinione pubblica e dalla legge, in una "comunità di amicizia’; con comportamenti che sorgono dal mutuo affetto e dal consenso generato giorno per giorno. Lungi dal condividere le tesi più pessimistiche sulla crescente crisi e disorganizzazione della famiglia, la scuola interazionista ritiene che la famiglia vada riorganizzandosì su elementi non costrittivi, ma nascenti dall’associazione intima interpersonale, i cui valori centrali sono costituiti dall’eguaglianza fra marito e moglie, specie di fronte alle opportunità di autorealizzazione personale, ed a un comportamento democratico nelle decisioni familiari ("con una voce ed un voto da parte del bambino").
L’obiettivo primario di tali modificazioni della famiglia consisterebbe nello sviluppo della personalità di ciascuno e nell’aspettativa condivisa che la più grande felicità della vita deve e può essere trovata nella famiglia. La divisione del "lavoro" e dei ruoli familiari avviene dunque, secondo gli interazionisti, prevalentemente per mutuo accordo più che per pressioni esterne. Considerazioni, queste ultime, che impediscono di ricondurre, nella descrizione e ricostruzione della vita delle famiglie, a qualsiasi tipo di modello "normale" fra di esse.
La "moderna" famiglia coniugale, che risiede negli appartamenti (quasi sempre vuoti) dei grandi "quartieri-dormitorio" metropolitani, si accosta massimamente al tipo ideale di questa famiglia "cameratesca". In essa i singoli membri adulti e giovani fruiscono di un alto grado di "libertà" e di autonomia, e sono vincolati tra loro pressoché solo dai legami di affezione, di congenialità e di comuni interessi. La companionship, a differenza della famiglia istituzionale (che si trova specchiata nella famiglia patriarcale allargata) non è autoritaria, con un potere autocratico del marito e padre e con un matrimonio combinato o "agevolato" dalle famiglie di ciascun futuro coniuge. Essa, piuttosto, è "democraticamente" fondata sul solo consenso dei due coniugi, legati da un matrimonio affidato volontanisticamente alla scelta interpersonale dei soli nubendi, con unioni quindi assai meno stabili e con il rischio pure, sul piano sociologico, di ridurre, da parte degli interazionisti, la teoria della famiglia ad una pura "teoria della coppia". La teoria della companionship afferma, la teorizzazione dell’ "universalismo" e dell’assoluta interscambiabilità dei ruoli da parte dei coniugi, e l’ampia permissività concessa ai figli minori, al fine di poter realizzare la partecipazione al democratico processo delle decisioni familiari.
L’ottimismo che si rinviene nei modelli interazionisti è figlio del periodo socio-culturale nel quale essi sono stati elaborati. Siamo infatti nel clima fiducioso degli anni ‘50 (baby boom) e dei primi anni ‘60 (con la notevole crescita del tenore di vita delle famiglia occidentali), in cui fin troppo diffusa era una certa "mistica" (tutta nordamericana) della felicità familiare. Oggi questa immagine, sebbene suoni un PC’ romantica, è riproposta soprattutto da autori ad indirizzo psicologico, che non presentano sempre una visione abbastanza complessa della realtà . La teoria della famiglia companionship di Buergess e Locke esprime inoltre dei modelli familiari che suonano come una sorta di "idealtipi", i quali poco hanno a che vedere con la realtà empirica. Si possono intravedere, in alcuni approcci ed esiti della scuola interazionista, convergenze, sia con alcune linee di sviluppo di impostazione marxiana, sia con le correnti psicologiche del pragmatismo statunitense, democratico e puero-centrico (si pensi alla pedagogia di John Dewey).
9. L ‘approccio "dello sviluppo"(developmental).
A differenza di tutti gli altri approcci precedenti, sorti nella teoria generale ed estesi poi ai campi più diversi, l’approccio "dello sviluppo", si segnala per essere nato precipuamente per lo studio della famiglia ed in tal senso è anche il più recente. Si caratterizza come il tentativo di raccogliere vari indirizzi d’analisi sviluppati in campi specialistici della sociologia e psicologia, al fine di proporre un contributo unitario alla teoria della famiglia, nel senso di un’attenzione saliente alla dimensione temporale nell’analisi della famiglia come un "piccolo gruppo".
Il suo intento particolare è quello di mostrare come la configurazione della famiglia vari nel tempo, a seconda della particolare fase del "ciclo di vita" che, come famiglia, si trova a dover fronteggiare. La classificazione ditali fasi è variabile, sia per numero sia per strutturazione. La più utilizzata (e sintetica) distingue le seguenti fasi:
a) la coppia preconiugale;
b) la coppia coniugale senza figli;
c) la coppia con figli piccoli;
d) la coppia con figli adulti, ma ancora conviventi con genitori;
e) la coppia adulto-anziana senza figli (usciti di casa—passaggio al cosiddetto "nido vuoto").
Lo sfondo su cui la famiglia viene proiettata è quindi il "ciclo di vita familiare" (o "corso della vita"). L’idea sottostante a questo concetto è che la famiglia abbia una sua dinamica di vita che è in parte "biologica" e in parte (preponderante) culturalmente forgiata in rapporto all’ambiente. Il concetto di corso della vita" accentua un carattere di tipo contingente della famiglia, intesa come luogo in cui più individui "stanno insieme’; per motivi e cause che non rimandano a nessuna istanza di famiglia come relazione sociale necessaria. Quest’approccio quindi, ritiene che la famiglia "funzionante" sia quella caratterizzata dall’interdipendenza dei membri e da una forte capacità di adattarsi al cambiamento. Caratteristiche entrambi, che presuppongono alti livelli di comunicazione ed interazione fra i suoi componenti, una organizzazione flessibile ed un minimo di costrizioni rigide nelle relazioni fra i suoi membri.
La scuola "dello sviluppo" si caratterizza per mettere particolarmente in luce come, di fronte alla complessità ed al progresso sociale, non si è avuta una corrispondente professionalizzazione" dei ruoli coniugali e familiari in genere. Si citano al riguardo le ricerche empiriche dalle quali risulta che la maggior parte delle giovani coppie ammette di sentirsi del tutto impreparata ed inadeguata alla vita coniugale.
Se le società semplici e tradizionali avevano i famosi "riti di passaggio" da un’età all’altra, che corrispondevano ad un cambiamento di status sociale nella comunità, l’approccio in commento mette in rilievo che qualcosa di simile accade anche nella nostra società, pur se oggi tendiamo "rimuovere" il problema. Non esistono più momenti istituzionalizzati di passaggio da un’età ed uno status sociale all’altro, però non per questo il problema della "crisi" inerente queste fasi di vita viene meno. Possiamo anzi dire che, proprio perché non tematizzato e rappresentato dalla coscienza collettiva, il problema dei momenti di transizione accentua il suo carattere rischioso. Anche l’approccio "dello sviluppo"; ad imitazione di quello "interazionista"; sconta un ottimismo, piuttosto ingenuo, riguardante la flessibilità adattiva e le possibilità di assorbimento degli eventi critici da parte del "sistema-famiglia". Ipotizzando che non vi siano forti conflitti indotti dai modelli di vita moderni e dalla divisione capitalistica del lavoro, ogni tensione è semplicemente ricondotta a variabili interne della famiglia, per esempio al fatto che il comportamento di un coniuge non corrisponda alle aspettative dell’altro. Si sconta, in tali ipotesi teoriche, la circostanza che molti teorici di questo approccio abbiano spesso una formazione culturale derivante dal servizio sociale, ciò che induce a ritenere prioritarie preoccupazioni e prospettive teoriche di tipo terapeutico od assistenziale. Le tensioni familiari invece non derivano solo dalle disfunzionalità delle "doppie carriere" intersecantesi dei due coniugi: la cultura ed il contesto macro-sistemico in cui essi sono inseriti raramente vengono chiamati in causa nelle "analisi dello sviluppo". Ma la nascita di un figlio, il cambiamento nella professione di un coniuge, l’uscita di un figlio dalla famiglia e così via, sono eventi critici sui quali ogni società elabora rappresentazioni e pone aspettative diverse. E che tali eventi siano definiti in un modo piuttosto che in un altro non è affatto secondario: le famiglie sono infatti profondamente (anche se impercettibilmente) "plasmate" da queste definizioni societarie, che molto spesso ne sovrastano i rispettivi membri.
10. La "sociologia relazionale"
"C’è una nuova relazionalità di cui bisogna tener conto, nella società come nella famiglia.., un approccio comprendente deve partire dal fatto che la famiglia può e deve essere definita in base alla presenza di entrambe o una delle due relazioni-base, la relazione coniugale e quella di filiazione"
Potremmo utilizzare questa citazione come una sorta di "manifesto" dell’esigenza di una nuova stagione "relazionale" nell’ambito della sociologia della famiglia italiana. Pierpaolo Donati ne è stato l’iniziatore e ne è il principale sostenitore nel nostro mondo accademico-culturale.
La sua ipotesi di ricerca consiste nel "nuovo paradigma di lettura interpretativa ed esplicativa della cittadinanza come complesso relazionale su cui viene (o può essere) organizzata l’integrazione politica in una società complessa. Ciò implica un’analisi adeguata all’oggetto: se l’oggetto è una relazione sociale, non ne possiamo parlare come se fosse una semplice comunicazione, una istituzione, o altro ancora
La famiglia, secondo la sociologia relazionale, ha una sua cittadinanza in quanto essa "è una persona sociale, titolare di un diritto soggettivo sociale, che va al di là dei diritti soggettivi individuali". Ciò porta quindi al problema di riconoscere una nuova cittadinanza della famiglia in quanto tale, cioè i diritti della famiglia e non solo i diritti (dei singoli) nella famiglia. Riconoscere in altre parole i diritti della famiglia, non più secondo i modelli mutualistico ed industriale, che davano assistenza in cambio di un controllo garantito dal capofamiglia, "ma una nuova cittadinanza della famiglia come soggetto comunitario di diritti e di servizi, e quindi come referente di una più piena reciprocità fra ambito privato e ambito pubblico". Nella "cittadinanza societaria" si e quindi cittadini "per relazione" (cioè attraverso relazioni ed a causa di esse), non per mera appartenenza o per concessione, specie poi se decretata da una qualche centro autoritativo di tipo distributivo.
La risposta della sociologia relazionale alla crisi odierna dello Stato e della società civile deve essere cercata nella direzione dell’emancipazione di una sfera sociale intermedia tra pubblico e privato, "che consenta di distinguere il pubblico dal privato senza separarli né confonderli. Infatti pubblico e privato, dopo essersi differenziati sempre più nella modernità, non possono più essere ricomposti in una sorta di unità organica, come ancora molti pensano quando ragionano in termini di primato della politica... la politica qua talis non può più esprimere alcun centro o sintesi della società". Non si tratta, secondo i modelli proposti dalla sociologia relazionale, di discutere se lo Stato debba essere più grande o più piccolo, "ma invece se Io Stato serva o non serva le altre sfere (mercato, associazioni e famiglie), a quali costi e con quali effetti economici, sociali e culturali. Il ruolo dello Stato diventa quello di un insieme di istituzioni comuni (in ciò, quindi, "politiche") che devono rispettare la natura della società civile e valorizzarne le caratteristiche proprie in un contesto di competizione civica solidale.
La "cittadinanza della famiglia" proposta dalla sociologia relazionale è strettamente collegata al ruolo della stessa come grande "soggetto di mediazione sociale". "Le più recenti ricerche sul campo — afferma infatti Donati — evidenziano che la famiglia media, in modo diverso dal passato, una quantità di posizioni e di relazioni sociali che, ben lungi dall’essere meno rilevanti di un tempo, sono anzi più decisive per il destino sociale dell’individuo e la qualità della sua vita. La mediazione attiva della famiglia non si esplica soltanto verso i figli, ma riguarda tutti i soggetti individuali che la compongono, poiché —volenti o nolenti —. è la rete di relazioni che media il singolo con la società più ampia". Negli ultimi anni, la mediazione-famiglia non è affatto venuta meno; piuttosto, si è diffusa e accentuata la sua privatizzazione: la mediazione non è più istituzionale, ma tendenzialmente più privatistica e soggettivizzata. La società non può illudersi di risolvere questi problemi ignorando la mediazione familiare pensando di affrontarla in maniera indiretta, attraverso misure rivolte a singoli bisogni e a singoli destinatari.. .Se fino a ieri vi era stata una correlazione inversa tra forza dello Stato e forza della famiglia, tale correlazione storica non può essere valida oggi, in una società post-moderna o complessa. Se infatti la costruzione dello Stato-nazione moderno era avvenuta contro la famiglia intesa come potentato di interessi particolaristici, oggi la famiglia e lo Stato post moderni sono più interdipendenti, e devono trovare una correlazione positiva tra loro".
Conclusione. Verso una destrutturazione della sociologia della famiglia?
La prospettiva di una formazione del gruppo familiare diversa da quella basata sul principio della esclusiva consanguinea della procreazione coniugale, pone il problema della ridefinizione complessiva dei confini costitutivi del legame familiare e dei requisiti di ammissibilità normativa dei processi formativi ditale legame. "Virtualmente — come afferma Bonolis -accanto al pattern dell’unione matrimoniale etero-sessuale con prole naturale, si delineano non una, ma una vera e propria serie di, in parte inedite, modalità di costituzione delle relazioni di affinità e di consanguineità:
1. coppia eterosessuale con prole adottiva;
2. coppia eterosessuale con prole biologica per donazione genetica eterologa;
3. coppia omosessuale con prole da pregresse unioni etero;
4. coppia omosessuale con prole adottiva;
5. coppia omosessuale con prole biologica per donazione genetica, ovviamente eterologa;
6. monogenitorialità adottiva;
7. mononitorialità con prole biologica per donazione genetica"
Potranno le nuove tecnologie forgiare la famiglia a loro piacimento, vale a dire, secondo modalità culturali del tutto artificiali? E’ possibile che la famiglia perda così ogni modello di riferimento orientativo che non sia costituito da bisogni prettamente situazionali che usano senza nessuna remora tutti gli strumenti tecnici disponibili?
Non v’è chi non veda la grande sfida in corso: "se i figli possono essere fabbricati su misura attraverso procedure artificiali e se la scienza e la tecnologia, i loro operatori, non hanno alcun interesse né orientamento alle relazioni sociali implicate, dove potrà andare la famiglia? Per quanto difficile sia il dialogo fra mondi vitali e scienza, la famiglia ha forse qualcosa da dire alla stessa bioetica: l’esigenza che quest’ultima si faccia etica relazionale secondo i diritti propri della persona umana". Anche in ciò la famiglia dimostra di non cessare di essere un "fatto sociale totale". Essa rimane un paradigma etico di relazioni intersoggettive che realizzano una pienezza di umanità, sulla base di valori allo stesso tempo universali e profondi, e non bisogna mai permettere che essi siano presentati (come spesso invece si tenta di fare) come l’espressione di un’ideologia di un tipo o dell’altro. Così facendo, infatti, se ne sia consapevoli, si finisce per mettere in discussione il principio stesso della nostra comune umanità!